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Happiness

Regia di Todd Solondz vedi scheda film

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La recensione su Happiness

di cheftony
9 stelle

“Happiness, where are you?
I've searched so long for you
Happiness, what are you?
I haven't got a clue
Happiness, why do you have to stay
So far away from me?”

 

Jane Adams Tumblr posts - Tumbral.com

 

Joy Jordan (Jane Adams) è una trentenne insicura e sensibile, alle prese con un lavoro insoddisfacente e con gli strascichi dell’ennesima relazione non appagante della propria vita e lasciata naufragare. Joy cerca di consolarsi recandosi in visita alla sorella maggiore Trish (Cynthia Stevenson), apparentemente felice della sua dimensione casalinga, dei suoi tre figli e del marito psicanalista Bill Maplewood (Dylan Baker), nonostante fra i due intercorra una relazione coniugale ormai privata del sesso.
Il dottor Maplewood, in compenso, appare in grave difficoltà e comincia a percepire il mostro dentro di sé; ha un sogno ricorrente in cui uccide persone a caso e nutre un desiderio sessuale per un ragazzino undicenne, compagno di scuola e di baseball del figlio più grande Billy, che a sua volta cerca risposte paterne per la sua incapacità preadolescenziale nel raggiungere un orgasmo in seguito all’erezione.
Uno dei pazienti di Bill Maplewood è il represso Allen (Philip Seymour Hoffman), che seleziona donne a caso tenendo l’elenco telefonico a portata di mano e le tempesta di telefonate moleste ad alto contenuto erotico e volgare. Per quanto la corpulenta e premurosa vicina Kristina (Camryn Manheim) sembri dargli attenzioni, l’oggetto del desiderio delle masturbazioni compulsive di Allen è un’altra vicina di pianerottolo: si tratta di Helen (Lara Flynn Boyle), affermata scrittrice di romanzi erotici, bella ed annoiata dal suo successo e dalle sue relazioni fugaci. Helen, nondimeno, è sorella di Joy e Trish.
I genitori delle tre sorelle Jordan si stanno separando dopo circa quarant’anni di matrimonio: Lenny Jordan (Ben Gazzara) non vuole più vivere con la moglie Mona (Louise Lasser) perché si sente ormai solo e vuoto…

 

“La cosa che sembra turbare le persone è che ci sono personaggi i cui comportamenti possono essere disgustosi, repellenti, ripugnanti. E tuttavia non possiamo liquidare questi personaggi. […] Hanno cuori, menti e vite che stanno sanguinando. A me interessano e, in un certo senso, chiedo al pubblico di interessarsi a persone che potrebbero essere le ultime persone al mondo di cui vogliamo prenderci cura.” [Todd Solondz]

 

Happiness (1998)

 

Nonostante al Festival di Cannes 1998 (dove ha partecipato alla rassegna parallela Quinzaine des Réalisateurs) gli sia stato assegnato il Premio FIPRESCI della critica, “Happiness” ha avuto vita difficile fin dalla sua distribuzione locale: il Sundance Film Festival non lo ammise in concorso, mentre la October Films – la casa che avrebbe dovuto distribuire il film in base agli accordi iniziali – si è tirata indietro all’ultimo momento, disturbata dai contenuti della nuova opera di Todd Solondz. Ma poco importa oggi delle polemiche sorte, dal momento in cui si tratta di un capolavoro la cui potenza rimane intaccata a distanza di 24 anni.
“Happiness” è innanzitutto un film scritto con un acume impressionante: i suoi personaggi sono deplorevoli e miseri, ma al contempo profondamente umani, deboli, disperati. L’occhio dello spettatore vorrebbe dissociarsi e detestarli, ma è portato ad avere un atteggiamento diverso, rispettoso e accorato.
I protagonisti del primo film corale di Solondz vivono drammi all’insegna di un intimo squallore, di un’angosciosa miseria dalla portata universale. Ciò detto, va sottolineato che il contesto in cui si articolano le vicende ha sì la sua importanza, ma allo stato dell’arte costituisce poco più che uno sfondo: la middle class americana bianca sembra uscirne totalmente a pezzi, ma al nocciolo del film non vi è una dimensione sociale o di classe. Sono solo famiglie emblematicamente americane (almeno per come le conosce e le descrive Solondz), apparentemente unite e invero slegate, i cui membri riscontrano difficoltà emotive nell’aderire a dei modelli socialmente accettati. Ciò non toglie che il cinema solondziano abbia una più o meno consapevole valenza politica, che si farà più manifesta in “Dark Horse”.

 

Happiness Is Unstreamable - Slog - The Stranger

 

Argomenti tabù come perversioni sessuali, frustrazioni e pedofilia forniscono certo materiale di cui discutere, ma altro non sono che un veicolo, un espediente per uscire dall’anestetico torpore della vita e tentare di stabilire delle connessioni con gli altri; un’inappagata ricerca della felicità, tarpata dal senso di isolamento e di melanconia a cui i protagonisti sembrano condannati. La visione di “Happiness” risulta, ad ogni modo, terribilmente destabilizzante, tant’è che lo stesso Solondz ha ammesso che non sarebbe stata affrontabile senza le numerose punte comiche disseminate; si tratta di un’ironia vivace, talvolta quasi sguaiata e riconducibile a commedie politicamente scorrette di tutt’altro tipo. Ma il film si regge su un equilibrio impeccabile, giocato sui suddetti accenni brillanti a bilanciare abissi di disperazione indicibili, quali l’intera vicenda di Allen o il devastante dialogo nel prefinale fra il dottor Maplewood e il figlio Billy.
Se da un lato la straordinaria scrittura di Solondz (sempre solida, ma mai più su questi livelli) è alla base della riuscita di “Happiness”, dall’altro è doveroso porre l’accento sull’encomiabile apporto del cast. Le interpretazioni migliori corrispondono ai personaggi più complessi e stratificati, vale a dire quelle di una delicata Jane Adams, di un coraggioso Dylan Baker e del compianto Philip Seymour Hoffman, potente e toccante come sempre. Funziona più che bene pure Lara Flynn Boyle, l’indimenticabile Donna di “Twin Peaks”, nonostante la sua Helen sia un personaggio discretamente artificioso. La direzione di Solondz esalta anche caratteristi e comprimari in parti più piccole (nelle quali il grande Ben Gazzara si muoveva sempre con dimestichezza), come Jon Lovitz nella sequenza iniziale e Camryn Manheim nella seconda parte del film.
I titoli di coda di “Happiness” scorrono in mezzo alle note della title track, composta da Eytan Mirsky e cantata dallo strano duo composto da Michael Stipe e Rain Phoenix: un ottimo accompagnamento per concludere una visione emozionante e difficilissima.

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