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Effetto Domino

Regia di Alessandro Rossetto vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Effetto Domino

di Kurtisonic
6 stelle

“Un paesaggio è uno stato d’animo”. Henri Frederic Amiel

scena

Effetto Domino (2019): scena

Passato dal documentario alla finzione, il regista Alessandro Rossetto continua la sua indagine antropologica dentro le mutazioni della società italiana. Il suo secondo film, Effetto Domino, realizzato a distanza di sei anni dall’esordio cinematografico di Piccola Patria (2013), sottolinea in maniera ancora più esplicita quel grido di dolore di natura pasoliniana  che dagli anni 70 denunciava la deriva morale e culturale non solo della classe borghese ripiegata su sé stessa ma anche verso un apparato consumistico e materiale che avrebbe annullato le caratteristiche  di una comunità intera per mostrarsi ancora meglio fino ai giorni nostri. La Patria, da piccola diventa microscopica, come il senso dell’esistenza delle persone che indifferentemente dalla classe sociale si sentono dominate dall’unico vero valore in grado di mistificare tutti quelli perduti, il denaro. Rossetto accende le luci sul territorio che meglio conosce, il nord est italiano, quel Veneto consacrato dall’illusorio miracolo che la voglia di lavorare, in questo caso di guadagnare, e peggio, di farsi largo in un mondo di squali a danno del proprio ambito, possa confondere l’avidità con l’ambizione, l’arrivismo con l’adattamento ai tempi nuovi. La vicenda è abbastanza semplice e se vogliamo potremmo definirla un classico di cronaca. Un impresario edile, Franco Rampazzo, un neo arricchito, ex muratore creatosi dal basso con la sua volontà e operosità, viene convinto da un amico, il geometra Colombo, ad entrare in un grande affare per realizzare un progetto grandioso di edilizia che necessita di un altrettanto corposo finanziamento. Quando i lavori partono, la banca che aveva concesso i soldi in prestito toglierà il suo sostegno in favore di altri soggetti concorrenti, o meglio, profittatori che hanno favorito il fallimento dell’operazione per subentrare e poterci speculare. Si determinerà un effetto domino che andrà a coinvolgere tutti i protagonisti che in diversa misura erano partecipi del progetto. La vicenda peraltro si focalizza soprattutto su Rampazzo e la sua famiglia, mentre la messa a fuoco sull’etica che sta dietro ad una strategia di credito bancario o anche sulle ripercussioni nella quotidianità delle persone ancora più deboli coinvolte nel fallimento vengono liquidate un pò sommariamente. Predominante invece è l’aspetto antropologico del film, il senso sotteso che lo anima già da quella che è la premessa del progetto.  Una grande area composta da alberghi abbandonati viene distrutta in favore della costruzione di un illusorio eden per ricchissimi pensionati che in attesa della morte si godranno il frutto del benessere che hanno accumulato. Il timore di invecchiare troppo in fretta e la rimozione dell’idea della morte sono il motore che anima tutte le parti protagoniste.  Comprensibile, no? Peccato che sia la maschera di uno smarrimento che ha sempre meno dell’umano, che non fa i conti con il senso della misura, con il riguardo per il territorio, tutto in nome di uno sfrenato godimento da cui trarre solo profitti vuoti di senso. Le relazioni sempre più devastate non fanno altro che rimarcare la perdita più grande, quella dell’identità, di uomini che non si riconoscono più all’interno di quel paesaggio che contribuiscono a mortificare. Il calvario disperato di Rampazzo non porterà a nessuna redenzione ma ad una piccola presa di coscienza che non conforta affatto.

Mirko Artuso

Effetto Domino (2019): Mirko Artuso

Il vero soggetto antisociale è rappresentato dalla figura del suo socio, il geometra Colombo. L’uomo che non ha nulla da perdere, perché nella sua vita solitaria ha già perduto tutto, la sua figura nichilista rappresenta nella negatività la consapevolezza dello sfascio morale, della perdita della memoria e del rispetto di ogni regola.  Il regista Rossetto resta ancorato alla realtà della storia e impegnato alla documentazione dei fatti concatenati come si trattasse di un lento inabissarsi del tessuto sociale in cui emerge tutta la sua visione pessimista. Se da un lato strettamente cinematografico il film non offre grossi scossoni, la sua rielaborazione trasmette alla perfezione quel clima, quel pensiero, quel tipo di rapporto con la vita fin troppo banale e ricorrente che non può che interrogarci. Si parla sempre di un cinema nostrano asfittico e povero di idee, ma quando un autore riesce a mettere uno specchio davanti a tanta concretezza, il merito gli va riconosciuto.

 

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