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Corpus Christi

Regia di Jan Komasa vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Corpus Christi

di laulilla
8 stelle

Dalla Polonia, il terzo lungometraggio del regista Jan Komasa che insieme allo sceneggiatore Mateus Pacewicz ha raccontato l’ambigua e affascinamte storia di un giovane delinquente, tra peccato e redenzione.

 

I primi violentissimi minuti del film ci mostrano un laboratorio, utilizzato insieme all’allenamento fisico e alla preghiera, per ricuperare a vita civile i giovani malviventi dell’annesso riformatorio. Nel piccolo opificio, invece, si respira l’aria pesante della sopraffazione dei ragazzi più forti a danno dei più timidi e spaventati, a cui i primi impongono omertà e sottomissione per eludere ogni forma di sorveglianza.

 

Si chiama Daniel (bravissimo Bartosz Bielenia) e ha un passato criminale di tutto rispetto il giovane che in quel luogo, dopo aver prevaricato e peccato senza ritegno, serve messa, mostrando uno strano misticismo, quasi un’esaltazione che col canto assume l’aspetto di un sincero anelito al perdono di Dio. Il prete officiante, che lo segue, pensa che sia meglio, allora, allontanarlo da quella struttura e indirizzarlo altrove, magari a un altro laboratorio di falegnameria fuori da quella zona, dove potrà imparare un mestiere e reinserirsi nella vita civile.

 

Daniel, che di andare alla falegnameria non aveva alcuna intenzione, ma che di dedicarsi a Dio come prete non aveva alcuna possibilità, con quel passato incancellabile come il vistoso tatuaggio che ne ricopriva il corpo, se n’era andato portando con sé una tonaca grazie alla quale era riuscito a rendersi presentabile in una chiesa dove aveva trovato un letto e un po’ di cibo. 

Presto sarebbe stato invitato ad affiancare il vecchio parroco e un po’ alla volta lo avrebbe sostituito anche nel compito delicato della confessione. Il popolo dei fedeli si fidava di lui, lo ammirava, ne apprezzava il linguaggio insolito col quale egli sapeva arrivare al cuore di ciascuno, al labile confine tra bene e male che è in tutti.

 

Egli aveva intuito che un terribile fatto aveva sconvolto quella popolazione ed era riuscito a far emergere, dal passato di chi ne era stato toccato, i segreti taciuti, i rancori inconfessabili, i tormenti e i sensi di colpa troppo presto rimossi, smascherando ipocrisie e frettolosi insabbiamenti giudiziari. Fra i notabili locali, però, quel suo indagare non era piaciuto: qualcuno aveva raccolto perciò le informazioni su di lui sufficienti a ricattarlo, trovando anche i criminali adatti per farlo smettere senza troppi complimenti…

 

 

 

 

 

Bella riflessione religiosa, ma non solo, il film, ambientato nelle brume cupe del nord-est europeo, evoca alcune opere cinematografiche tra Bergman (Luci d’inverno) e Zvyagintsev (Leviathan), suggestive reminiscenze, forse, assai più che intenzionali citazioni, così come alcuni grandi scrittori : Strinberg in primo luogo; Graham Green  – Il potere e la gloria – e Bernanos – Diario di un curato di campagna – .

 

Opera lontana dalla religiosità bigotta e conformista, strumento di conservazione dei privilegi, che, nella cattolicissima Polonia di oggi, ricorda con coraggio che ogni vero servo di Dio rimane uomo imperfetto, con luci e ombre, come Daniel, iconica raffigurazione del tormentato peccatore in cui sembra rinnovarsi infine, nel volto e nel corpo, pesti e tumefatti, il sacrificio cristiano.

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