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Dune

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Dune

di Antisistema
6 stelle

"I sogni sono messaggi dal profondo"

Villeneuve non è nuovo a promettere il non plus ultra dell'esperienza cinematografica, con parti iniziali potenti nella loro magniloquenza espressiva, in Blade Runner 2049 (2017), il personaggio di Dave Bautista annunciava di aver assistito ad un miracolo, cosa che nel corso del film s'è sfaldata di minuto in minuto, mentre con Dune (2021), nella suoi primi quaranta minuti e passa circa, con i suoi ritmi compassati crea un worldbuilding estremamente soddisfacente, senza neanche abusare troppo di spiegoni, inserendo con estrema efficacia le informazioni nella narrazione, rendendo perfettamente l'idea di un'architettura in costruzione vasta, ma senza creare confusione nello spettatore, scegliendo quindi di non incorrere in banali semplificazioni della materia; molto fumo, ma giusto così perché l'edificio deve essere mostrato poco a poco. È nella primissima parte di film, dove Villeneuve trova la sintesi migliore del suo cinema tra panoramiche stordenti, il ribombo solenne delle astronavi fatto di un eccellente lavoro sul sonoro ed il disvelare i tormenti dell'erede del Duca del Duca della casata di Atreides, il giovane Paul (Timothee Chalamet), preda di continui sogni che rimandano a visioni di incerto significato, forse avvenimenti futuri di un destino già scritto per sé e chi gli sta intorno, al quale gli sarà impossibile sottrarsi? Chissà, ma i dubbi attanagliano l'animo del ragazzo, specie quando la sua casata per ordine dell'imperatore, avrà il compito di governare il pianeta Arrakis, ambito per le sue spezie presenti sulla superficie del deserto. L'esperienza audio-visiva fino all'arrivo su tale pianeta arido funziona, purtroppo le magagne sorgono quando si dovrebbe cominciare a scorgere i primi germogli della semina, che il cinema di Villeneuve mostra le prime debolezze, con stilemi visivi e design già visti e rivisti nel cinema di fantascienza degli ultimi decenni, con una paletta cromatica desaturata dall'atmosfera perennemente plumbeo, poco importa se siamo passati dal pianeta Caladan dedito allo sfruttamento dei cieli ad Arrakis, con il suo sterminato deserto arido che corrode e consuma tutto, per il regista ed il suo direttore della fotografia Greig Fraser, tutto il creato dell'universo si riduce all'unicita' di un grigio smorto, che annichilisce il potenziale derivato dalle varie ambientazioni peculiari. Proprio quando il film dovrebbe cominciare a partire, si arena tra dialoghi dal mediocre all'inutilmente pomposo con esiti talvolta ridicoli nella loro ostentata opulenza ed un contesto geopolitico alla lunga evanescente, che disperde alla distanza quanto di buono era riuscito a seminare.
Certo, Villeneuve di tanto in tanto qualche scena madre la sa tirare fuori, di sicuro la presentazione per la prima volta del verme del deserto le cui zanne escono dal terreno risulta potente, cosi' come le gargantuesche astronavi sospese in aria ti fanno percepire come piccolo a loro confronto e qualche flashforward del protagonista ha fascino visivo, con quella riuscita sospensione tra sogno e pseudo-realta', che rende l'atmosfera incerta ed in perenne formazione (con quei gradevoli fuori-fuoco a dare più caducità immanente al tutto), peccato che poi se ne finisca per abusare e la recitazione perennemente imbronciata di Chalamet non renda al meglio il vissuto interiore, le cui irrequietudini adolescenziali invece tanto bene era riuscito ad esprimere in Chiamani con il tuo nome di Luca Guadagnino (2017).

 

Timothée Chalamet

Dune (2021): Timothée Chalamet


Piccole benedizioni sparse come gocce, in mezzo ad una regia dedita ad un egocentrico onaismo dittatoriale, che impone allo spettatore l'imposizione di una dilatazione superflua di ogni scena all'inverosimile, a scapito sia dei contenuti (Soddisfare le aspettative dei genitori?, Predestinazione? Elogio del terzomondismo? Ambientalismo? Tanta carne a fuoco e manca un vero focus preciso) che di momenti momenti richiedenti maggior sintesi, mentre nelle scene nel deserto serviva diluire l'orizzonte temporale e fisico della permanenza per rendere tangibile quanto concreto la sua aridità letalita', di cui tanto si discute di buona parte dell'opera, senza poi mai percepirne la vera ostilità derivante dal calore asfissiante, che sembra non fare alcun effetto sui corpi lindi e perfetti di Paul e sua madre Jessica (Rebecca Ferguson), mentre vagano tra una duna e l'altra in cerca di salvezza, insomma, manca un regista vero come poteva essere David Lean, che da tale ambientazione in Lawrence d'Arabia (1962), riuscì durante la sua traversata da parte del protagonista con i guerrieri alleati, a trasformarlo da un militare di sua maestà ad un vero e proprio uomo del deserto come i suoi commilitoni arabi; un percorso del genere qui totalmente assente, perché la regia di Villeneuve è troppo innamorata di sé stessa ed i suoi vezzi, per fregarsene un minimo nel tratteggiare una presa di coscienza del suo protagonista (quanto meno un inizio), per niente vissuto o provato dal luogo, così come le location perfettamente curate, ma levigate e per questo senza anima, giungendo così ad una mezz'ora finale dal fiato cortissimo, dove si è giunti ad un punto C partendo da A, ma ciò è avvenuto in modo anemico e privo di una costruzione drammaturgica come si deve, perché se tutto deve essere grandioso fino allo sfinimento con tanto di colonna sonora roboante ripetitiva, si finisce con l'annacquare di potenza alle scene che lo richiederebbero sul serio, come la prova finale sostenuta da Paul.
Villeneuve nella narrazione sbaglia dei passaggi chiave sia per la presa di coscienza del suo protagonista, sia nella gestione degli altri personaggi abbastanza imbarazzanti nella loro totale vacuità, tanto che alla fine nonostante 2-3 morti eccellenti, non ti importa nulla di loro, poiché non li abbiamo conosciuti per niente (grave per un film di due ore e mezza); certo, puoi creare opere che se ne fregano della caratterizzazione dei personaggi, ma se togli ciò devi dare ben altro che un diligente apparato tecnico, perché Villeneuve avrebbe dovuto dare consistenza metafisica alle figure del mondo di Dune o alla struttura narrativa del film, che invece soccombe ad una regia estetizante e monoritmica anche nell'azione, tra l'altro gestita in modo goffo ed impalpabile oltre che nelle scene di massa, pure nei singoli scontri. Nel finale Paul rivolgendosi a Chani (Zendaya), si dirà colpito dal potere del deserto, la ragazza gli risponde dicendo che è solo l'inizio, peccato che di tutto questo potenziale il vero amante della settima arte, non abbia visto a stento neanche il principio del grande cinema.

 

Sharon Duncan-Brewster

Dune (2021): Sharon Duncan-Brewster

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