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Dune

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Dune

di EightAndHalf
6 stelle

Penetrare nella mitologia di Dune immergendovisi come grossi vermoni che trasformano il deserto nell’oceano, in un modo lento e improvvisamente essenziale. Si potrebbe ritrovare in Dune il classico motivo di Villeneuve, un elogio dello svuotamento, un mito post-apocalittico, il senso di una leggenda ridotto a un sembiante nei suoi ultimi spasmi, un incubo post-colonialista di un uomo alla ricerca della sua identità.

Ma in Dune il mito essenziale è anche un pre-mito, una mitopoiesi, e avanza lentamente senza aggiungere nulla di troppo, narrativamente, che possa distrarre dai soli indizi necessari. Un eletto, un impero, la Spezia, un nemico. Il resto è un rivoltarsi continuo nella polvere, come un corpo che si dimena sulla neve scrollandosela di dosso. 

Paul si muove per flashforward, vede il suo futuro e se ne fa guidare, il mito è retroattivo in Dune. Paul non vuole risolvere il mistero, vuole farsene trasportare. Il montaggio accumula riprese spettacolari immerse nel giallo e nel marrone, e si dimenano anche loro come se fossero al ralenti senza esserlo, ma con il tempo giusto che allontana il compiacimento. È un’immagine che si deve costruire a partire dalla coltre di buio e di sabbia, come se dovesse resistere. Eppure di lotte non ce ne sono tante, il film cerca di muoversi con un regime astratto e ascetico (a volte Malick, ancora), un tono che farebbe a meno delle tuonate di Zimmer ma che forse per una volta vive bene in questo momento in cui al cinema è difficile credere nelle grandi storie senza il ricatto dei multiversi assortiti. Certo, la saga è annunciata, ma se è l’inizio di questo modo “scheletrico” di fare grande spettacolo, allora non ci resta che stare a guardare. 

È difficile che vengano in mente altri casi di blockbuster in cui le dialettiche dell’azione scenica siano per lo più equilibrate con le dialettiche dei dialoghi, dei sogni e delle attese. Dune allora è essenziale, di più c’è solo il dimenarsi delle scenografie. Forse al film è poco chiaro, troppe sottolineature e autoevidenze inutili, ma è l’inizio di un mito e bisogna aspettare.

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