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Zombi Child

Regia di Bertrand Bonello vedi scheda film

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La recensione su Zombi Child

di maurizio73
6 stelle

Nella rappresentazione iconoclasta delle contraddizioni storiche della grandeur francese, B. procede nuovamente nel doppio segno di un cinema di riflessioni politiche e ricadute individuali. Sbilanciato, con ingenuità poco perdonabili ed un finale drammatico che l'istrionismo un po' kitsch del buon Baron Samedì fa giustamente cadere nel ridicolo.

Ammessa nella ristretta cerchia di una sorellanza collegiale parigina, la giovane haitiana Mélissa ha in realtà un pedigree che incute rispetto e suscita timore. Intende approfittarne la sua amica Fanny, alle prese con assillanti questioni di cuore.

 

 

Ecoutez monde blanc
ma voix de zombi

 

Procede nuovamente nel doppio segno di un cinema di riflessioni politiche e ricadute individuali, la filmografia di un Bertand Bonello versato come sempre nella rappresentazione iconoclasta delle contraddizioni storiche della grandeur francese; di qua (dal mare) patria di una rivoluzione libertaria regicida, di là potenza coloniale oppressiva e schiavista, vittima a sua volta di una rivoluzione popolare ancora più radicale e disperata.
Nei secoli trascorsi e nelle miglia attraversate però, il sangue e la memoria non sembrano scorrere invano, riversando nel breve arco di un paio di generazioni la vendetta di una sapienza cultuale sincretica vecchia come il mondo sull'infingardo opportunismo dell'uomo bianco alle solite prese col proprio tornaconto. Alternando la doppia vicenda di un ricongiungimento amoroso dalle implicazioni e dagli esiti tutt'altro che commensurabili, Bonello articola il suo discorso storico sul significato della sofferenza e sul valore che gli dobbiamo attribuire, imbastendo un duplice calvario dei sensi in cui al graduale emergere della consapevolezza del primo, che si libera dal giogo di catene che le blan nonm ha contribuito a perpetuare, oppone la discesa agli inferi della seconda, vittima di un potere di suggestione (simbolico e ontico al contempo, come ha giustamente rilevato qualcuno) che ricade come una oscura maledizione sull'arroganza narcisistica delle nuove élite dei vecchi padroni, come pure ne rimane vittima l'incauta mambo officiante che ha infranto il vieto tabù sociale di un mero interesse venale.
Al netto di questa interpretazione (una fra le altre) che discende dalla struttura fin troppo esplicita del racconto, l'autore agisce per suggestioni e rimandi (la bellissima lirica di René Depestre), ma anche con un assemblamento abbastanza schematico di un duplice cliché: quello della vicenda reale del Clairvius Narcisse, reso celebre dal sensazionalismo scientifico di Wade Davis (con tutto il repertorio di poud loraj, concombre zombi, ti bon ange e... riabilitazione involontaria grazie ad un menù a base di carne!) affrontato con buon piglio scenografico e corrette evocazioni etnografiche, e quello della vicenda inventata, incentrata sulle sollecitazioni isteriche di un gineceo di pubescenti dedite a goliardici consessi notturni e con una outsider creola regina delle mosche (viene il sospetto che prima della stesura del soggetto si sia letto un paio di storie centroamericane a tema dall'Epic blog di Joshua&Joshuah: "One night she went to the bathroom, thinking she was alone, but then she heard movement and a flush in a stall nearby. She opened each stall to confirm that she was alone, only to hear flushing from the stall where she had started. No one else was there. Terrified, she ran out. "). Buone le intenzioni, ma il risultato appare sbilanciato, con ingenuità poco perdonabili ed un finale drammatico che l'istrionismo un po' kitsch del buon Baron Samedì fa giustamente cadere nel ridicolo. Presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2019, nomination alla Queer Palm per Bertrand Bonello.

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