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La grande abbuffata

Regia di Marco Ferreri vedi scheda film

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La recensione su La grande abbuffata

di MarioC
10 stelle

Morire per delle idee, sì, ma di morte lenta cantavano Brassens e De André. Ferreri, compagno di anarchismo, cultore dello sberleffo disperato, iconoclasta del luogo comune e di tutte le (im)possibili forme di felicità che l’uomo inventa per sé, amplia il concetto, lo dilata ma anche lo rivolta. Si può morire quando le idee non bastano più, quando le idee si manifestano sempre uguali, incapaci di donare pienezza a se stesse e a chi le coltiva. Oppure si può morire senza un’idea, nel perseguimento di un piacere che uccide, nell’abbandonarsi senza più remore a quella che è la propria reale natura di esseri umani. Ed è proprio la lentezza della morte a conferirle patente di dignità: prima del nulla, dell’abbandono dei sensi, occorre registrare il loro ampliamento. La morte è una escalation di sensazioni tattili, del gusto, dell’odorato, è l’ascoltare il corpo che si ribella alla mente ma ne verrà sconfitto. La morte è un dato di fatto, è il punto d’arrivo di una consapevolezza, perfino di una scelta, di una volontà. Lenta, lentissima, nella realizzazione, veloce, istantanea nella ideazione.

Impregnato di humour nero che si annida ovunque, esagerato, sguaiato, incapace di compostezza, La grande abbuffata è il capolavoro malato di Marco Ferreri, un concentrato di disperazione e voluttà della disperazione, il poema di un cantore del pessimismo che del suo pessimismo si bea senza pavoneggiarsi, semplicemente registrando i moti insondabili della ragione umana, del sentimento sconfitto dagli istinti, il cupio dissolvi di una generazione e di una classe sociale che ha introiettato la noia ma non vuole morire solo di noia: vuole andarsene a tavola e a letto, nell’ultima sarabanda, nell’estrema santabarbara degli atout umani, troppo umani. Cibo e sesso, allora, i nemici della continenza che cattolicesimo e senso comune decantano e impongono, un’orgia di pietanze e corpi, la donna come totem e strumento di dissoluzione, le forme generose e matronali, gli intingoli serviti come specchietto per le allodole di una generale mancanza di senso. Sbaglia chi vede nel film un inno alla misoginia: la donna che si offre a tutti, e di cui tutti possono godere, è un simbolo, l’angelo della morte, il Virgilio che conduce verso l’Ade chi ha scelto di andarci, l’organismo umano rivestito di funzione palingenetica, l’Eva che assiste Adamo sul letto di morte e che gli sopravviverà perché tutto possa, forse, ricominciare. Mero strumento di un discorso che, al contrario, Ferreri conduce sul terreno ancor più apocalittico di una misantropia che non fa sconti né prigionieri. Ma, non essendo un moralista, Ferreri non giudica: registra, analizza, con la curiosità dell’entomologo, appena ammalato di dolce sadismo, il disfacimento improvviso, l’improvvisa apparizione di un buio della mente che basta a se stesso e di cui è inutile cercare motivazioni razionali, agganci in traumi che non siano semplicemente quello di trovare all’improvviso in quel buio le coordinate di una luce. Echi che rimandano allo stesso Ferreri (Dillinger è morto) o al Fassbinder di Perché il signor R. è diventato matto?

 

 

I personaggi conservano il nome anagrafico degli attori (Ugo, Michel, Marcello, Philippe), a sottolineare che non c’è distanza tra ciò che si è (ciò che gli altri conoscono di noi, attraverso i dati essenziali che noi diffondiamo) e ciò che si potrebbe, senza preavviso, diventare. E nemmeno sembra un caso che i protagonisti appartengano a classi sociali dell’alta borghesia, a ceti privilegiati. La trasversalità dell’infelicità, dice Ferreri, va accettata, la comunione dei destini si registra in un’orgia speculare e contraria (se il povero non avrà di che mangiare, se ne andrà per inedia, eventualmente rifiutando il tozzo di pane che gli verrà caritatevolmente porto). Tra un peto, una liberatoria eruttazione, un deretano che si dimena, e il relativo scandalo dei benpensanti, si annida la inconoscibile verità. Il destino si compie e si dipana, la morte avanza con la sua faccia meno truce, odora di latte materno di mammella, di coniglio in fricassea (o di stinco di maiale, come nel sogno di Don Rafael ne Il fascino discreto della borghesia). Ferreri, impassibile, filma, annota tutto, scaraventa sui nostri occhi l’immarcescibile teorema della fine. Verrà la morte e avrà i tuoi abbacchi. Così sia.

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