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Hammamet

Regia di Gianni Amelio vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Hammamet

di BigSur
2 stelle

Noia e sconforto: Amelio affronta in "Hammamet" una pagina difficile e mai raccontata della storia politica italiana e fallisce senza appello. Non una recensione ma qualche considerazione estetica (della politica, ce ne sb...)

Spesso accade che a uno spettatore bastino i primi dieci minuti di un film per presentirne la qualità: l’odore di rancido che si sprigiona da Hammamet arriva persino prima.

Se la spacconata dei movimenti “autoriali” della mdp, delle carrellate insistite e ingiustificate (lo stile è contenuto, vedi The Irishman), può essere fastidiosa ma non tremenda (il mestiere ti salva sempre un po’), al primo dialogo l’imbarazzo trionfa. Mai stato un tipo sottile, Amelio, ma lo  scambio tra Craxi e quello che sembrerebbe Balzamo, interpretato con poco rigore persino da un gigante come Giuseppe Cederna, oltre ad essere legnoso, è un trionfo di inettitudine ultraesplicativa. Andrà un po’ meglio all’incursione di Carpentieri sotto spoglie democristiane, oltre la metà del film, eppure il livello non si spinge oltre la scarsa sufficienza.

 

(nota a margine: ma veramente Craxi avrebbe utilizzato lo slogan di Lotta Continua sul Berlinguer-ravanello spacciandola per battuta sua?)

 

Come giustamente ha fatto notare altrove Aldo Fittante, non si può essere considerati un Autore di Cinema e girare così male, a 74 anni e non a 23, la sequenza del congresso nell’ex Ansaldo – “[…] consolida l’incapacità del nostro cinema nelle scene di massa (la staticità è imbarazzante), senza restituire l’atmosfera milanese di quegli anni”.

Chapeau (e lo stesso si potrebbe dire della festa di Pasqua).

Favino si mangia il film, espressione che non amo ma è letteralmente questo che accade, anche perché la metafora del cibo fuggito, divorato, nascosto, tossico, ritorna spesso; ma si tratta di un impressionante mimetismo che non va oltre la dimostrazione della propria bravura, innegabile certo. Favino, forse, aspira a divenire il Gian Maria Volonté del nuovo secolo. Volonté, che non aveva bisogno di trucchi particolari, però andava nelle fabbriche e nelle periferie a capire cosa gli succedesse intorno; Favino preferisce il resort alle Maldive con Ezio Greggio e Totti. A ciascuno il suo.

Quello che rimane di Hammamet è un misto di noia, noia tremenda, magniloquenza e approssimazione, condito con personaggi secondari grevi o senza spessore e attraversato da momenti maldestri (essì, la scena dei turisti che riconoscono Craxi al porto di Hammamet non si può proprio guardare). Anche quando ce la mette tutta, Amelio s’incarta con la metafora (ancora!) tra cinema e vita, tra riferimenti cinefili e reportage confessionale – altra trovata opinabile, il personaggio di Fulvio e la sua camera portatile, nonché quello che viene detto e mostrato in modo da "farci capire". Per quanto faccia finta di prendere la strada inversa, l'intento del film è puramente didattico: Amelio svela, ammonisce, ci mette in riga. E se non c’era già troppa confusione in tanta pochezza, la pessima, moraleggiante virata surreale e onirica prima del finale mette una pietra tombale ad ogni possibile riscatto del film.

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