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Il grande Lebowski

Regia di Joel Coen vedi scheda film

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La recensione su Il grande Lebowski

di laulilla
9 stelle

Le vicende di questo celebre film del 1998, diretto da Joel Coen, ma scritto e prodotto dal fratello Ethan, si svolgono negli anni ’90 a Los Angeles.

 

Storia bizzarra e divertente, molto significativa, che inizia da una situazione che ha illustri precedenti nel teatro classico: lo scambio di persona, all’origine di molti e curiosi equivoci dagli imprevedibili sviluppi.

 

Il nome di Jeffrey Lebowski appartiene infatti  a due diverse persone, ovvero, in primo luogo, a Dude (Jeff Bridges), vecchio contestatore pacifista, non violento, eterno perdente, che vive – fiero della sua purezza di emarginato – tra marjuana e alcolici, poco o nulla interessato alle questioni politiche del suo tempo, che è quello del presidente Bush-padre, il responsabile della prima guerra del Golfo.

Dude si muove fra il modesto appartamento di Los Angeles, malandato e caotico, e il bowling, dove si vede e si confida con gli amici: Walter (John Goodman), reduce dal Vietnam, grottesco “miles gloriosus”, tronfio pasticcione velleitario; Donny (Steve Buscemi), uomo normale che evita con cura di essere coinvolto nelle risse e nelle discussioni – ciò che non gli eviterà la morte, banalmente sopraggiunta durante una rissa non provocata da lui – ; Jesus Quintana (magnifico John Turturro), della squadra avversaria, macchiettistico elegantone nonché presuntuoso e disprezzato “pederasta”.

 

Per uno scherzo del destino, l’altro Jeffrey Lebowski (David Huddleston) è un vecchio reazionario cinico e imbroglione, che ama presentarsi come  l’americano-che-si-è-fatto-da-sé , dopo aver subito, come ogni eroe che si rispetti, danni fisici gravissimi durante la guerra di Corea. 

Vive in una lussuosa dimora, piena di ricordi e pergamene che ne attestano le antiche benemerenze, con la giovane moglie, Bunny (Tara Reid) che è solita fare acquisti di ogni tipo, indebitandosi, nei negozi della città e inviandogli il conto. 

È circondato da ambigui figuri, come Brandt (Philip Seymour Hoffman) il segretario che gli tiene bordone e intrattiene rapporti d’affari non molto chiari con un losco personaggio: Jackie Treehorn (Ben Gazzara).

 

Il racconto inizia con la brutale aggressione di cui è vittima il povero Dude – scambiato per il miliardario – nella propria abitazione, dove i commercianti creditori avevano spedito una squadra di picchiatori, per ottenere il pagamento dei debiti di Bunny.

Gli eventi successivi non fanno che sviluppare questo episodio: Dude, che vorrebbe  conoscere il suo omonimo per farsi risarcire dei danni subiti, sarà coinvolto in una lunga serie di peripezie e di viaggi psichedelici e si imbatterà in  Maude Lebowski (Julianne Moore), eccentrica artista femminista, figlia del suo omonimo riccone, all’origine dell’inattesa svolta della sua vita…

 

Il complicato e buffo intreccio narrativo, ricco di sorprese e  colpi di scena rocamboleschi, permette ai Coen di esprimere, attraverso la voce fuori campo dello Straniero (Sam Elliott) la weltanschauung irriverente, scanzonata e bonaria, presente in tutti i loro film, e qui inverata dai personaggi che incarnano tipi umani, maschere di ogni tempo, che si muovono intorno a un luogo simbolico: una pista di Bowling dove i birilli cadono o rimangono in piedi indipendentemente dall’abilità dei giocatori, perché la grossa boccia nera, per quanto ben manovrata, può riservare molte sorprese.

 

In ogni tempo, però, gli uomini, tranne qualche saggio sognatore come Dude, tentano disperatamente, quanto inutilmente, di organizzare e progettare la propria esistenza - soggetta ai capricci non controllabili del caso - mettendo in scena le repliche dell’ eterna tragicommedia, che racconta la strana avventura della vita.

 

 

 

Un gran bel film che dopo un'iniziale tiepida accoglienza, nel 2014  è stato scelto, per la preservazione, nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

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