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1997: Fuga da New York

Regia di John Carpenter vedi scheda film

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La recensione su 1997: Fuga da New York

di scapigliato
8 stelle

I dintorni Sci-Fi ci sono, anche se è più un apocalypse-movie che altro, per il resto si tratta di un western urbano, prerogativa carpenteriana, tinteggiato del nero del noir americano. Per dirla quindi come lo stesso regista "Fuga da New York" è un western noir. Fabrizio Liberti sottolinea come l'iter formativo di Carpenter sia esclusivamente il cinema americano, e come i due generi prettamente americani come western e noir, nonostante sia stato così battezzato dai francesi eredi poi dell'atmosfera nera con il loro polar, siano i referenti principali del film.
Un ritmo notturno accompagna la discesa e l'uscita da un vero e proprio inferno metropolitano, apocalittico e spietato, in cui ravvediamo riferimenti mitologici e cinematografici tipici del gioco citazionista di John Carpenter che, devoto alla propria cultura cinematografica, e soprattutto ad Howard Hawks, usa il labirinto del Minotauro e gli antieroi leoniani e peckinpahniani per dare struttura e corpo al suo film addizionandovi la sfiducia del suo principale mentore davanti al fallimento delle istituzioni. La politica carpenteriana che individuiamo sempre nei suoi film, tant'è che Carpenter è a detta di tutti il più politico dei registi horror di sempre, va di pari passo con la struttura narrativa tipica del regista che da "Distretto 13", "Halloween" e "Fog" fa delle unità aristoteliche il centro narrativo dei suoi film. In questo caso è l'unità di tempo, la notte, ad avere tutte le attenzioni di un padre verso il figlio. Una notte capace così di sprigionare angosce moderne e post-moderne dovute alle paure dell'americano medio-basso, che crede ai contagi, alle minaccie esterne, alle infezioni morali e le imprigiona tutte nel non-luogo e nel non-tempo appunto della notte.
Cinematograficamente impeccabile, con luci ed ombre degne del noir, con attori davvero in parte, e non solo il celebre Snake Plisken di Kurt Russel, ma anche il Borgnine che rifà se stesso dopo 30 anni da "Pranzo di Nozze". Ci sono Adrianne Barbeau, Richard Dean Stanton, ma soprattutto Donald Pleasence nei panni dell'inetto e volgare Presidente Usa e lui, il Sentenza tanto amato dai cultori di Leone, il cattivo per definizione del western all'italiana: Lee Van Cleef. Un uomo e una storia cinematografica riconoscibilissima. Prima come comparsa in numerosi western, uno su tutti "Mezzogiorno di Fuoco", poi arriva il periodo spaghetti che da Leone a Parolini lo portano su un piatto d'argento, per poi fare di nuovo "cult" con la serie di "The Master", dove lui era il famoso McAllister. La serie arriva infatti subito dopo il film di Carpenter e per Lee Van Cleef si aprono le porte degli ultimi film. Morto infatti nell'89 aveva girato un pugno di film dopo il successo della serie "The Master".
Tornando al film di John Carpenter dobbiamo notare, per concludere, come la sua visionarietà geniale, persa nel crocicchio divino tra western, horror, Sci-Fi e Noir, e la sua risaputa vena politica abbiano generato delle notevoli e preoccupanti profezie. Nel film, non solo vediamo attaccare due evasi su di un gommone come i profughi cubani dei '70 e soprattutto come i messicani uccisi dai frontiermen texani, e non solo vediamo una New York sommersa dal marciume come in quell'epoca, ma addirittura un aereo presidenziale che schiva di poco le Torri Gemelle. Il fatto che una terrorista americana dirottasse l'aereo più famoso del mondo contro la Grande Mela vale molto di più che la precauzione del regista di non toccare le Torri Gemelle. Carpenter ci insegna così, ulteriormente, come il cinema non imiti la vita, né l'anticipi, né la vita imiti il cinema, ma come quest'ultimo sia dopotutto la vera vita, qualla che non vediamo e che dobbiamo ricreare al di fuori di noi per vederla e viverla davvero.

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