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Piccole donne

Regia di Greta Gerwig vedi scheda film

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La recensione su Piccole donne

di alan smithee
6 stelle

Le trasposizioni cinematografiche dei due romanzi più noti di Louisa May Alcott, in Italia tradotti col titolo "Piccole donne" e "Piccole donne crescono", rispettivamente risalenti al 1868 e al 1869, e poi riuniti in un unico volume, conta almeno tre note versioni, a cui quest'anno se ne deve aggiungere una quarta, per la regia di Greta Gerwig:

-Piccole donne di George Cukor, Usa 1933 - dur 115 min. Voto ****

-Piccole donne di Mervyn LeRoy, Usa 1949 - dur 121 min. Voto ***1/2

-Piccole donne di Gillian Armstrong, Usa 1994 - dur 115 min. Voto **

-Piccole donne di Greta Gerwig, Usa 2019 - dur. 134 min. Voto ***

Due uomini prima, e poi due donne, si sono dunque occupati di trasporre al cinema il celebre, incalzante romanzo della scrittrice Louisa May Alcott.

Tra la prima, scintillante ed argentata versione di George Cukor - la migliore per quanto mi riguarda - e l'ultima appena uscita al cinema ad opera della brava, astuta e combattiva attrice, sceneggiatrice e regista Greta Gerwig, ci sta in mezzo praticamente tutta la storia del cinema dall'avvento del sonoro ad oggi.

Questo diviene anche utile a dimostrare il valore immortale di un'opera letteraria che potrebbe, a prima vista, apparire datata e demodé, ma che invece rimane un classico della letteratura per ragazzi, nonostante il trascorrere degli anni, anzi dei secoli.

Cukor, regista assai a suo agio se attorniato da donne, sfrutta al suo meglio la verve scatenata della Hepburn e, coadiuvato dalle strepitose costruzioni scenografiche di estro pittorico (riprese nello stile, ma stavolta coloratissime, da LeRoy nel '49), dà vita ad un film concitato e pieno di ritmo che incanta, avvince, e strabilia per la capacità di rimanere, dopo quasi 90 anni, una pellicola moderna più ancora delle due successive del '49 e '94.

LeRoy si concentra sul coté melodrammatico, e sforna un filmone almeno a tratti appassionante, magniloquente, da fazzoletto alla mano, che si ricorda anche per il sontuoso cast che comprende, oltre al trio divino Allison, Taylor/Leigh, anche il nostro Rossano Brazzi, all'inizio della sua avventura Oltreoceano, qui coinvolto suo malgrado nell'improbabile ruolo del romantico e mite professore tedesco Bhaer.

La regista australiana Gillian Armstrong torna sul luogo di battaglia quarantacinque anni dopo LeRoy, e punta stavolta su un cast scintillante di divi emergenti anni '90. Ma il film, laccato e senza nerbo, soffre di una cronica mancanza di carattere e la altrove brava e spigliata Winona Ryder appare qui soccombere nel render vitale e all'altezza delle colleghe illustri che l'hanno preceduta, il personaggio chiave di Jo.

Forse anche per non incorrere in questo pericolo, ecco che Greta Gerwig si dà un gran da fare già in sede di scrittura ed il suo ultimo e recente Piccole donne appare molto elaborato in termini narrativi: flashback a tradimento, un andare avanti ed indietro nel tempo che crea talvolta qualche complicazione, ma aiuta anche a dare carattere e nerbo ad una storia ormai sin troppo calcata e trasposta.

In più la ragazza, per tener fede alla propria fama di autrice indipendente e paladina dei diritti delle donne, si concentra con particolare verve ed attenzione sull'aspetto dell'indipendenza femminile, anelata ed in qualche modo ben al di sopra di quanto poteva a quei tempi accadere in qualsiasi altra parte di qualunque stato europeo.

La Gerwig, in particolare, riesce a tratteggiare una figura di donna intransigente e combattiva che la brava Saoirse Ronan - per questo ruolo candidata piuttosto plausibilmente all'Oscar della migliore attrice - affronta di petto dando il meglio di sé.

La affiancano attori glamour molto bravi e a loro agio ognuno nel proprio ruolo, e tra questi possiamo menzionare senz'altro un Timothée Chalamet spigliato, dinoccolato e danzerino più che mai nel rendere una versione personale completamente nelle proprie corde dell'indolente ed indeciso faccino da schiaffi garbato ma spiritoso che è Laurie. Laura Dern è sufficientemente chioccia e rassicurante per sostenere con dignità la parte della tenace e generosa Miss Marmee March, mentre, nel ruolo che si sviluppa e matura nel finale qui quasi rocambolesco, Fritz Bhaer diventa inevitabilmente francese grazie a Louis Garrel, qui anche adeguatamente ringiovanito ed abbellito.

La zia March è stavolta impreziosita dalla verve ormai usuale, ma pur sempre fuori del comune, che la grande Meryl Streep riesce sempre a regalare ai personaggi che hanno la fortuna di trovare in lei la propria ragion d'essere e d'apparire.

 

 

 

 

 

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