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Parasite

Regia di Joon-ho Bong vedi scheda film

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La recensione su Parasite

di willkane
8 stelle

Bong Joon-ho dimostra una notevole maestria, creatività e coscienza sociale nel rappresentare problematiche della società contemporanea globale, soprattutto la frattura netta tra popolo e ricchi, uno squarcio fatto di incomunicabilità, assenza di condivisione, di visione delle cose, una diversa realtà, intangibile.

I quattro protagonisti rappresentano una famiglia dei bassifondi sudcoreani che vive di espedienti. Sono persone non certo prive di talento per trovare il loro posto nel mondo, ma la crisi globale che ha indotto una scarsa sostenibilità economica nei paesi più sviluppati e una precaria dignità e sicurezza lavorativa, ha arrestato la scala sociale e quindi le possibilità di emergere e di costruirsi una situazione finanziaria serena. Vivono in un piano interrato di un quartiere popolare, con un ampia e alta finestra a mo' di schermo cinematografico che da' sulla strada e gli offre la costante e penosa visione di gente che piscia nei vicoli o di camion disinfestanti. Uno spettacolo di pessima qualità, non c'è che dire. Decideranno quindi di costruirsi il cinema "da loro", dando fondo a tutta la propria irrefrenabile fantasia. L'ardita genialità dei protagonisti li porterà a penetrare gli spazi di una ricca famiglia di un imprenditore informatico dei quartieri alti, sostituendosi con l'astuzia ai due collaboratori domestici o insediandosi come insegnanti privati dei due figli. Una lotta tra poveri, senza esclusione di colpi o di cattiverie gratuite, per raccogliere le briciole dei facoltosi che, arroccati tra i loro privilegi e sempre più estranei ai sentimenti e alle problematiche degli indigenti, vivono in una dimensione parallela.

La villa costituirà quasi l'unica scenografia del film, una sorta di scenario teatrale, di set cinematografico, in cui i protagonisti esibiranno la loro finzione, recitando la propria bizarra parte, per autocostruirsi un film, una rappresentazione scenica per evadere dalla propria misera e insopportabile quotidianità.

Una calamità naturale, un nubifragio, sarà immagine potente ed emblematica della distanza sociale di classe e della disuguaglianza anche di fronte a dio: i ricchi ne approfitteranno per giocare in giardino, i più umili ne vivranno invece un allagamento distruttivo per le proprie dimore.

Il precario equilibrio della finzione metacinematografica, dell'illusione filmica dei protagonisti, così come quello della provvisoria realtà godereccia, esploderanno violentemente in tutte le loro parti in quella che è la più logica e disillusa conclusione possibile per questo racconto: le luci si accendono, il sogno svanisce, e ognuno ritornerà al proprio immutato destino, se non proprio trapassato a miglior vita, e anche solo per rimettere piede tra quelle ricercate mura del quartiere alto, per riabbracciare il padre latitante nascostosi nelle profondità di un bunker, occorrerà nuovamente armeggiarsi di creativià per volare con la fantasia, estraniandosi dalla propria umile e perdente condizione.

Alto e basso, realtà e illusione, ricchezza e povertà, disperazione e voli pindarici: il film gioca con le contrapposizioni e i paradossi, ed è quindi insolitamente maturo e coraggioso nell'unire pensiero critico e leggerezza, un modello paradigmatico di un cinema contemporaneamente d'autore e di intrattenimento, come nella migliore tradizione della settima arte.

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