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Charlie Says

Regia di Mary Harron vedi scheda film

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La recensione su Charlie Says

di supadany
4 stelle

Venezia 75 – Orizzonti.

Pensare con la propria testa non è un optional. Fidarsi degli altri non è sbagliato e avere dei riferimenti nemmeno, ma dipendere da un singolo individuo, senza avere una voce di opposizione, un’altra idea a fare da contrappeso, può originare degli squilibri permanenti. Poter esprimere un’opinione a un interlocutore disposto al dialogo, è il più elementare dei processi democratici e non appartiene esclusivamente alla politica.

Dopo essersi viste commutare la condanna a morte in ergastolo, Patricia Krenwinkle (Sosie Bacon), Leslie Van Houten (Hannah Murray) e Susan Atkins (Marianne Rendon), tre giovani donne legate alla setta di Charles Manson (Matt Smith), vengono seguite da Karlene Faith (Merritt Wever), un’educatrice con il compito di modificare il loro modo di pensare.

Durante il suo operato, verranno a galla ricordi sul passato delle ragazze, principalmente inerenti alla figura di Charles Manson e la sua capacità di indottrinare i suoi seguaci, andando oltre ogni logica.

 

Matt Smith, Marianne Rendón

Charlie Says (2018): Matt Smith, Marianne Rendón

 

Charlie says è basato sull’esperienza diretta della Faith, che lavorò con le ragazze documentando i loro comportamenti e pensieri, e non aggiunge niente di fondamentale a un triste vicenda dal grande eco mediatico, povero com’è di qualità etica ed estetiche. Visivamente è piatto oltre il consentito, concettualmente non riporta in luce tratti fuori dai radar, mentre il contenuto è esattamente quello che ci si aspetta, tutto tranne che illuminante.

Niente di sorprendente, se si considerano i trascorsi di Mary Harron, che già non era riuscita a far risplendere quanto avrebbe dovuto American psycho, quantunque i messaggi siano molteplici e posizionati in bella vista.

Questa volta, soddisfa giusto la curiosità di infilarsi di nascosto alla tavolata di Manson e dei suoi adepti, sottolineandone il carisma da santone, un’indole manipolatrice che soggiogava il pensiero del singolo, tra allucinogeni e sesso spontaneo, con una mentalità estranea alla morale prestabilita e concetti sempre più inconcepibili, come la giustificazione della violenza, portata fino alle estreme – e note - conseguenze.

Invece, l’impostazione adoperata, che vede le tre ragazze confinate in prigione, aggiunge giusto l’incapacità di fare autocritica delle condannate, nonostante quanto accaduto (aspetto che desta impressione), mentre per il resto non esagera nella manifestazione della violenza fisica e combina un autentico disastro in coda, quando sceglie una strada trasognante, che recupera un bivio del racconto ipotizzando una scelta diversa, del tutto fuori luogo e quindi irritante.

Nell’insieme, Charlie says è una pellicola deludente, che attira l’attenzione mediatica in virtù del suo protagonista, scegliendo un angolo di osservazione dagli esiti limitati, accendendo giusto la spia d’allarme sui rischi dovuti all’affabulazione perpetrata da un uomo solo al comando, potenzialmente in grado di indire uno stato regressivo, un processo di decivilizzazione dai danni incalcolabili.

Esangue e scolastico, senza avere alle spalle una gran lezione da cui attingere.

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