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A Private War

Regia di Matthew Heineman vedi scheda film

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La recensione su A Private War

di pazuzu
7 stelle

 

Reporter d'assalto coraggiosa e ribelle, Marie Colvin perse l'occhio sinistro nel 2001 nello Sri Lanka occupato dalle Tigri Tamil, colpita dai detriti di una bomba nel percorso di ritorno dopo aver svelato come malattia e fame stessero uccidendo migliaia di civili al riparo dai riflettori. Partendo da qui, A Private War segue tutte le tappe che la portarono ad esser riconosciuta come un'icona del giornalismo di guerra; passa per Iraq dove scoprì una fossa comune che nascondeva centinaia di cadaveri di kuwaitiani, per Afghanistan dove i talebani attaccavano civili e aiuti internazionali, per la Libia dove testimoniò gli stupri dei lealisti alle ragazze in rivolta ed ottenne un colloquio faccia a faccia con Gheddafi; fino a fermarsi in Siria nel 2015, dove perse la vita quando rischiò oltre il dovuto per restare vicina ai civili che venivano bombardati.

 

 

A Private War è il primo lungometraggio 'narrativo' di Matthew Heineman, che ha accumulato esperienza come documentarista di guerra e si vede, per la capacità - complice la fotografia movimentata ma lucida di Robert Richardson - di mettere in scena azioni frenetiche capaci di restituire la devastazione che questa porta, e di togliere il fiato cingendo lo spettatore nello stesso stato d'assedio dei personaggi. A dare cuore, testa dura, e benda nera da pirata a Marie Colvin è una Rosamund Pike fisica e potente, bravissima nel restituire la testardaggine di una donna che aveva scelto come missione della vita quella di spingersi alla ricerca delle atrocità andando sempre un passo più avanti degli altri, spesso disobbedendo agli ordini di scuderia e dando retta solo al proprio istinto.

 

 

Il prezzo da pagare per quel suo spendersi oltre il limite era la 'Guerra Privata' che la inseguiva a casa al ritorno da ogni missione, ovvero il disturbo post-traumatico che arrivava puntuale e sempre più dirompente, portandola a fumare sigarette in serie e bere vodka fino ad ubriacarsi per scacciare dalla testa i fantasmi sporchi di sangue che si portava fin dentro il letto, assieme alla paura di invecchiare che andava di concerto con quella di morire troppo giovane: Heineman si sofferma su questo aspetto più intimo con la giusta empatia, e Pike lo rende palpabile aggiungendo un ulteriore punto di sofferenza ad un'interpretazione già di gran livello; talmente di livello, da finire per mangiarsi il resto del cast.
Non aiuta, da questo punto di vista, la sceneggiatura di Arasha Amel che, costretta a coprire quattordici anni di storia in meno di due ore, tende alla schematizzazione e non sempre riesce a conferire peso a tutti i personaggi di contorno: chi se la passa peggio è Stanley Tucci, il cui uomo d'affari Tony Shaw - di cui la protagonista si innamora - è in relazione all'importanza il più debole del lotto.
Come doverosa chiosa ad un film importante nel saper mostrare come il lavoro dei corrispondenti di guerra, fondamentale per documentare crimini che altrimenti resterebbero nell'oblio, sia sempre più vissuto in condizioni di estremo pericolo, giunge sui titoli di coda lo struggente brano Requiem for a Private War, scritto e cantato appositamente da Annie Lennox.

 

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