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C'era una volta a... Hollywood

Regia di Quentin Tarantino vedi scheda film

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La recensione su C'era una volta a... Hollywood

di Peppe Comune
8 stelle

Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) è un attore che ha conosciuto un grande successo soprattutto nel cinema western. Ma siamo nel 1969, il mondo fantastico di Hollywood è attraversato da grandi cambiamenti e il suo successo sta subendo un rapido ma inevitabile declino. Suo sodale è Cliff Booth (Brad Pitt), uno stuntman che quando non gli fa da controfigura nelle scene pericolose, lavora per lui come autista e uomo tuttofare. Due uomini stretti da una vera amicizia, che cercano di portare avanti le rispettive carriere in un mondo che non riconoscono più. Sullo sfondo ci sono la Los Angeles delle ville dei divi, il movimento hippy votato al disimpegno creativo, i grandi autori della “New Hollywood” e l’ombra minacciosa di Charles Manson con le sue prediche contro lo sfarzo hollywoodyano. E la dolce Sharon Tate (Margot Robbie), che gioca in un mondo più grande di lei, affascinante e pericoloso insieme.

 

Leonardo DiCaprio, Brad Pitt

C'era una volta a... Hollywood (2019): Leonardo DiCaprio, Brad Pitt

  

“C’era una volta a…. Hollywood”, il nono film di Quentin Tarantino, è un omaggio divertito alla settima arte, un film sul cinema e per il cinema, leggero nella forma sottilmente scanzonata ma riflessivo nella sua sostanza elegiaca, che parte calmo, si sviluppa con piglio meditabondo e poi esplode alla fine in eccessi di violenza trippata.

“Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia, costruire un oggetto che è allo stesso tempo un giocattolo inedito e un vaso dove si disporranno, come se si trattasse di un mazzo di fiori, le idee che si provano in questo momento o in modo permanente”.

Queste parole di François Truffaut rappresentano appieno la poetica di Quentin Tarantino, che da autentico amante della settima arte gode nel mettersi a gigioneggiare con tutte le infinite possibilità che il cinema offre alla costruzione e decostruzione continuata dell’immaginario. Come già successo con “Bastardi senza gloria”, Tarantino gioca di sponda con le vicende storiche cambiandogli letteralmente i connotati, facendo in modo che i suoi attori siano gli spettatori attivi di una Storia che i suoi film si dilettano a reindirizzare  secondo il più classico “come avrei voluto che fosse stato”. Un gioco che può anche suonare irriverente se si guarda alla tragicità dei fatti così come la Storia reale ce li ha consegnati. Ma che intanto da corso ad una forma cinema che ostenta una stretta parentela col cinema di genere di ogni dove (dal B movie in poi), quanto è chiaro che si nutre di numi tutelari dall’alto spessore autoriale (Jean Luc Godard in testa). È la voracità cinefila di Tarantino a indurre a far sembrare i suoi film una sorta di palcoscenico autocelebrativo, un tranello “intellettualoide” dove il citazionismo rischia di essere scambiato per autocompiacimento fine a se stesso, la destrutturazione ragionata dei generi in penuria di idee. L’importanza estrema che lui attribuisce al potenziale immaginifico offerto dall’arte cinematografica in mero esercizio di stile. Il suo è piuttosto un fare divertito che non manca di farsi omaggio partecipato per il lavoro che fa, un approccio incantato il suo che non arriva mai a generare disincanto. Scuote la materia cinema riproponendola ogni volta come il mezzo più idoneo per rappresentare i mutevoli scenari dell’immaginario, sempre come una meta narrazione capace di centrifugare storie per ripresentarle poi in tutta la loro immaginifica potenza visiva.

“C’era una volta a…Hollywood” rappresenta per questo una summa della sua poetica, una specie di testamento in vita che assomma (come è sempre) sostanza cinefila e leggerezza del tocco, divertita capacità mistificatorie e analisi semiserie intorno ai “dover essere” consegnatici in dote dalla Storia. I fatti di Bel Air in quel fatidico 1969, rappresentano la pietra angolare del film, l’elemento in cui si riflettono, tanto i segni incipienti di un cinema che realmente sta per cambiare pelle, quanto i suoi ultimi rigurgiti ridestatisi in tempo per prendersi una desiderata rivincita. La figura di Charles Manson aleggia sopra lo sfarzo losangelino, Tarantino ne fa un’ombra minacciosa che si accompagna allo scanzonato andamento di carriere in declino. Nel suo diradarle queste ombre, nel suo renderle funzionali per una costruzione meta cinematografica che può comprendere tutti i “dover essere” possibili che si vogliono mettere in scena, non c’è solo il “semplice” ribadire che il cinema è un luogo magico da cui è bene lasciarsi ammaliare, dove i cattivi possono essere puniti più esemplarmente di come non abbia saputo fare la Storia, ma tutta la sincera riconoscenza per quel cinema cosiddetto di “serie B” che tanti momenti di intelligente maestria ha saputo regalare (qui si evocano Corman, Corbucci, Margheriti, Ferroni). Tarantino, non solo applica al suo timbro originale il “solito” citazionismo espanso, ma fa anche dei suoi attori le maschere semiserie di un mondo che non può prescindere dal suo passato e dai suoi fantasmi (vi dice niente la presenza forte ma estremamente defilata di Roman Polanski ?).

Un certo modo di fare cinema sta entrando in crisi, ad un vecchio set abbandonato (lo Spahn Ranch, che divenne sede della Manson Family) fa da contraltare un altro che sta mandando in soffitta le location dei “vecchi” B-movie in salsa western. Non è più tempo di eroi a cavallo da mandare in pasto ad un pubblico giubilante. Un attore come Rick Dalton deve adeguarsi in fretta se non vuole finire nell’oblio, nonostante dimostri ancora di essere un ottimo villain televisivo. Così come Cliff Booth, un essere di supporto come il ruolo che si è scelto nel mondo di celluloide, che si prende lo sfizio di dare una sonora lezione ad un vanesio Bruce Lee. La crisi di successo li coglie diversamente impreparati, ma è insieme che assistono allo spegnersi improvviso delle luci dei riflettori. La loro amicizia virile, la loro matura complicità, la loro scanzonata preoccupazione per il futuro, rappresentano quanto basta per farceli amare per quello che sono o fingono di essere. Due attori in stato di grazia. È attraverso loro che Quentin Tarantino dà vita a questa storia dai connotati romantici e decadenti insieme : la sua ennesima dichiarazione d’amore per la settima arte.      

Già Paul Schrader in “The Canyons” aveva usato le macerie della “vecchia” Hollywood per parlarci dello svuotamento delle sue capacità di reinventarsi attraverso altre storie da raccontare. Ma mentre lui rimane nella nostra contemporaneità, Quentin Tarantino ci porta negli anni in cui i fautori della “New Hollywood” volevano disincagliare il cinema americano dai canoni stilistici di una gloriosa ma ingombrante classicità. Fa entrare in corto circuito la furia iconoclasta degli adepti della Manson Family con le gesta di eroi di cartapesta i quali, rimanendo fino in fondo nel ruolo costruito per loro dalla finzione cinematografica, ne disinnescano la carica distruttiva prendendosi beffardamente gioco dei percorsi del caso. Bella ed emblematica è tutta la sequenza che ritrae Sharon Tate mentre è al cinema a vedere un film con Dean Martin. Il manifesto ritrae il suo nome e lei è inondata da un mare di infantile contentezza. La sua eccitazione esprime tutta la gioia di essere ormai una parte riconosciuta nel mondo del cinema. I suoi occhi carichi di una malcelata tristezza sembrano esprimere la consapevolezza che quel mondo magico un giorno interverrà a fare giustizia del suo tragico destino.

È pacifico affermare che i film di Quentin Tarantino possono piacere o meno. La cosa dipende ovviamente dai gusti personali, o da opinioni scaturite sulla base di motivate analisi critiche. Ma una cosa che mi piace sempre mettere in risalto, e che per me rappresenta un pregio indipendentemente dal giudizio più o meno positivo che posso maturare su un suo film, è il fatto che lui con la materia cinema si comporta come un bambino che è stato messo in una stanza piena di giochi meravigliosi. Finché è lì dentro, il bambino preferirà sempre assecondare la curiosità che lo porta a voler provare ogni cosa e a toccare tutto il toccabile. Il bambino vorrà sempre inseguire la sua fervida fantasia sfruttando al massimo l’irripetibile occasione che gli è stata offerta.               

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