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C'era una volta a... Hollywood

Regia di Quentin Tarantino vedi scheda film

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GIMON 82

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La recensione su C'era una volta a... Hollywood

di GIMON 82
7 stelle

Una favola che suona come una lettera d'amore per un epoca cruciale del cinema,un Tarantino godibile, ma certamente più "soft" ,in una carrellata di personaggi che entrano ed escono come dal suo set.Forse un film più maturo, ma meno "coraggioso".

Cara Hollywood ti scrivo, qui a los Angeles è il 1969,ed io sono Quentin , un bambino che ama il cinema ed un giorno costruirà i film.Ma oggi mi piace sognare e creare un mondo che Amo....a modo mio, col mio talento e le mie idee, facendo un film dentro un film, dove i buoni e i cattivi sono (quasi) la stessa cosa...

 

È da un idea infantile che nasce questo film, dal sogno di un bambino poi divenuto ragazzaccio divoratore di film e cinefilia."C'era una volta a Hollywood " segna forse un addio di Quentin  alla sua cinefilia ed ai rituali da metacinema che infarciscono la sua opera.

Siamo di fronte ad un approccio più maturo e nostalgico, di un autore che non prende di petto i suoi personaggi, ma li tratta alla stregua di vecchi amici al quale si è voluto bene.

Cinema, tv , cibo spazzatura e feticismo, segmenti di un opera omnia che qui viene trasportata nell'egemonia hippy e tanto pop del 1969.

Per farlo Tarantino si affida a due stelle del calibro di Di Caprio e Pitt, attore in declino e sua controfigura e factotum.Sono le vecchie glorie di una Hollywood reazionaria e ormai al tramonto, figurine in declino che nel fragile Rick Dalton trovano compimento.

La hollywood che fu lascia il passo a un mondo nuovo, fatto di "Amore, pace e tanta erba"con la bella Margot Robbie/Tate che danza sulle note "sexties".È una  rappresentazione di un epoca libera e speciale, riassunta poi nel  sorriso largo e infantile della bionda attrice che gongola rivedendosi al cinema.

Tarantino utilizza dei dogmi nostalgici, abbandonando il furore e l'energia cinica delle precedenti opere.

Accarezza il suo film mantenendosi distaccato, regalandoci scampoli e camei eccellenti, Steve McQueen, Bruce lee e il famigerato Manson sono i piccoli frammenti di un mosaico metafilmico che è la Hollywood figlia dei fiori.

Quentin tratta queste figure a volte in modo caricaturale e patetico, come il Dalton alcolista e smemorato oppure rendendo i mostri della "Manson family" ridicoli ragazzacci.

In mezzo ci passano i Polansky e la Tate nella loro solare e giovanile bellezza, in cui echeggia un romanticismo glamour e tanto pop.

Quello che rimane è un film che non contiene il vigore tarantiniano di "Bastardi senza gloria", ma si trattiene equidistante tra la nostalgia e l'amarezza di un mondo di sogni e ricordi mai sopiti.

Ci rimangono le icone Di Caprio e Pitt, l'eterea Margot Robbie e un mondo Hippie e feticista colorato dai neon delle insegne.

Si poteva forse osare di più, creare una narrazione più profonda e meno monocorde, ma va bene così ,tanto il finale riscrive l'orrore  ritornando alla vita...

La Hollywood di Tarantino può continuare .....

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