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Captain Marvel

Regia di Anna Boden, Ryan Fleck vedi scheda film

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La recensione su Captain Marvel

di M Valdemar
3 stelle

 

locandina

Captain Marvel (2019): locandina

 

 

Che splendore. Il gatto, anzi, la gatta, Goose, vince su tutto.

Specie su Brie Larson: recitazione bastardo-canina, carisma da cuccia di fortuna color marrone, performance passiva, gamma espressiva quasi sempre sballata, oltre il recinto dell'accettabile; e sguardo/corpo palesemente a disagio nelle praterie della sconfinata CGI (come già in Kong: Skull Island: niente, nun gna fa). Una prestazione da sghignazzo, di quelli che riservi con malcelata compassione.
Quasi s'avverte la rassegnazione dei registi (e dei colleghi) che, già solo dopo un paio di ciak, avranno compreso in che mani fossero finiti.
Una pessima scelta – forse la peggiore possibile – che sotterra definitivamente un cinefumetto di per sé spento, piatto, scarico di idee (le uniche sono scopiazzature a destra e a manca o ammiccamenti vari) e privo di anima e fascino, anche per il genere nel quale è recluso.
Forse perché stretto nella morsa di due enormi esigenze.
La prima, stringente, pressante, attesa e – comunque la si pensi – senz'altro necessaria, risiede nella sua natura/missione: il supereroe (è) donna. Giusto, giustissimo; utile altresì (in teoria) per virare rotta e ottica dalle rigide gabbie autoimposte nelle stanze dei bottoni.
Ma.
Se lo sguardo femminile è ridotto a frasi ad effetto – mero, banale manifesto buono per ingrossare la battutistica da talk show o per un post combattivo sui social («Io non devo dimostrarti niente!» diretto all'antagonista, maschio, dopo un sonoro colpo da ko, mentre a un altro maschio, alfa, ruba moto e sicuramente orgoglio) –, strizzatine d'occhio assortite al pubblico di riferimento, presenze di rilievo (l'amica, l'adorabile figlioletta di costei, la mentore) e una generale prevedibile mèsse di dinamiche e dispositivi da teen girls movie ma con l'aria gravosa di chi sente il peso del mandato, allora il fuoco della “battaglia” è castrato in partenza.
Insomma, dall'inevitabile confronto con Wonder Woman (e con Gal Gadot ...) – riuscito oggetto dall'attitudine leggera, colorata e “gioiosa” – Captain Marvel esce sconfitto (qualunque sia il responso del box office, tenendo conto dei numeri delle rispettive case madri).

 

scena

Captain Marvel (2019): scena

Brie Larson

Captain Marvel (2019): Brie Larson

Brie Larson, Lashana Lynch

Captain Marvel (2019): Brie Larson, Lashana Lynch

 

Oltretutto – e qui veniamo alla seconda esigenza –, il film diretto da Anna Boden e Ryan Fleck, anche coautori della sceneggiatura, rimane intrappolato nelle mortali spire del famelico MCU.

L'origin story di Carole Danvers/Captain Marvel (innesco, la memoria perduta e la conseguente ricerca identitaria, anche tramite l'esperienza onirica: fantasia al potere, nevvero?) sta accucciata al guinzaglio della maledettissima “continuity” degli Avengers & c.: le incongruenze sono giusto bocconcini cattivi, mentre il film ristagna flaccido e appiccicoso nella standardizzazione seriale che caratterizza – chi più chi meno – i prodotti da catena di montaggio della magione Marvel/Disney.
I prevedibilissimi titoli di coda sono così mortifero certificato di proprietà. Attestato patriarcale.
(ma penultima puntata, questa, dai)
Deficitario lo sviluppo del personaggio principale, puro insipido contorno la brigata di accompagnamento (indigeribile il ringiovanimento digitale di Samuel L. Jackson e Clark Gregg; Jude Law si limita a fare la fazza ambigua prima e cattiva poi), scansione degli eventi convenzionale e tutt'altro che irresistibile, regia anonima (come si conviene, d'altronde) con sequenze action tutt'altro che impeccabili,

tipico humour assai sottotono (in apertura, invero, Jude Law così sentenzia alla novellina Brie Larson: «l'umorismo è una distrazione»), effetti speciali d'ordinanza: Captain Marvel, dall'avvio lentissimo – i primi venti minuti sono di un tedio insopportabile – procede moscio col pilota automatico, accontentandosi del fascino del personaggio e alle sue implicazioni (dentro l'universo seriale, e fuori, nell'universo maschile-maschilista).
Rimangono il magnifico esemplare felino “lovecraftiano”, Goose (un po' il corrispettivo di Baby Groot dei Guardiani della Galassia, da cui sembrano rivenire anche le sequenze di scontri spaziali), e tutto l'armamentario nineties venduto come feticciato per i quarantenni (e dunque diretto a un target allargato).
Dal poster di Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins alla maglietta dei Nine Inch Nails indossata da Brie Larson, dal pc lentissimo a caricare file a quell'entità estinta nota come Blockbuster e al flipper di Street Fighter; fino alla colonna sonora che alterna (purtroppo sempre per pochi secondi, e spesso a caso) celeberrimi pezzi di Garbage (Only Happy When it Rains ... ah, che donna, Shirley Manson!), Nirvana (Come as You Are), Hole (Celebrity Skin), Salt-n-Pepa (Whatta Man) e No Doubt (Just a Girl … mentre Captain Marvel azzanna feroce i nemici).

Facile ma d'innegabile richiamo.
Bello infine il cameo di Stan Lee, in metro (l'unico momento nel quale la protagonista, indirizzandogli un sorriso che sembra premonitore, non fa danni).
Ma il film non c'è.

 

 

Captain Marvel (2019): Trailer ufficiale italiano



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