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Shadow

Regia di Zhang Yimou vedi scheda film

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La recensione su Shadow

di supadany
7 stelle

Venezia 75 – Fuori concorso.

Anche per gli uomini di potere, la vita non è tutta rosa e fiori come qualcuno vorrebbe dipingerla. Sicuramente hanno tanti motivi per sorridere, vivono nell’opulenza e qualsiasi loro desiderio viene esaudito all’istante, ma anche loro formulano dei pensieri sinistri, sono soggiogati dal desiderio di aumentare la sfera d’influenza e, più di ogni altra cosa, sono i soggetti più a rischio quando si parla d’incolumità personale.

In ogni caso, quando il pericolo è imminente e non bypassabile, possono concedersi il lusso di avere qualcuno da sacrificare per non finire anzitempo sottoterra.

Cina, 220-280 d.C., nel periodo dei Tre Regni. Un sovrano ambizioso vuole a tutti i costi riconquistare una terra persa anni addietro. I suoi metodi sono ambigui, mentre il generale alla guida del suo esercito è ossessionato dal pensiero di affrontare al più presto la battaglia decisiva e per questo sta escogitando un piano in gran segreto.

Nel frattempo, le donne del palazzo reale ricoprono ruoli importanti, ma una di loro è richiesta come pedina di scambio, nel tentativo di sanare la situazione senza ricorrere all’uso delle armi.

Infine, anche un uomo comune concorrerà alla risoluzione del conflitto.

 

scena

Shadow (2018): scena

 

Il due volte Leone d’oro Zhang Yimou, premiato con il massimo riconoscimento nel 1992 per La storia di Qiu Ju e nel 1999 per Non uno di meno (mentre nel 1991 Lanterne rosse dovette accontentarsi del Leone d’argento), torna alla Mostra del cinema di Venezia dodici anni dopo La città proibita.

Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e Ying è facilmente identificabile come un epigono di tanti melodrammi conditi al wuxiapian, una saldatura espressiva che negli anni ha regalato molte soddisfazioni al cinema orientale (La tigre e il dragone, per citare un grosso successo qui da noi) e a Zhang Yimou stesso (La città proibita, La foresta dei pugnali volanti, Hero).

Dunque, l’effetto déjà vu è dietro l’angolo, affrontato di petto dal regista, che imposta una prima ora logorroica e, al netto di tutta la preventivabile preparazione, sfiancante, per poi entrare nel vivo, affiancando alle questioni aperte tra personaggi e sfidanti, combattimenti a due e alcune scene di battaglia più ampie, risaltate da coreografie leggiadre e la consueta eleganza dei movimenti, dei corpi così come degli oggetti.

A prescindere da tutto, è la fotografia a ergersi a carattere dominante, desaturata fino a incastrarsi tra il bianco e il nero, con nel mezzo un’infinità di grigi, una gamma cromatica interrotta solamente dopo circa sessantacinque minuti e successivamente macchiata da un po’ di rosso (sangue), anch’esso piegato su un’intensità più svuotata del solito. Rimanendo sul piano della forma, una serie di composizioni ricercate, per geometrie, ma anche nella frapposizione di corpi e veli, ne inspessiscono la risultante.

Invece, se il quadro è estetizzante fino allo spasmo, lo storytelling presenta alcune aree opache, con qualche lungaggine di troppo, soprattutto nella prima interminabile ora, per lo più discorsiva e privata del sacro dono della sintesi, e per quanto sia popolato da figure tragiche, avide o egocentriche, i tanti personaggi posizionati in primo piano rimangono livellati, senza nemmeno attribuire agli uomini ombra dei patemi esistenziali approfonditi (come il titolo avrebbe fatto pensare).

In conclusione, Ying rimane sempre composto pur essendo disomogeneo nell’andamento, suddiviso com’è in due sottospecie di compartimenti stagni, enfatizzato e spettacolare quando muove i pezzi forti, tra camere segrete, gingilli speciali e il sangue che scorre, scatenando una reazione a catena.

Artificioso, il più delle volte con profitto, per quanto l’ingranaggio paghi il prezzo di una formula che ha già dato tanto, restringendo gli spazi di manovra.

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