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Black Hollow Cage

Regia di Sadrac González-Perellón vedi scheda film

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La recensione su Black Hollow Cage

di lostraniero
8 stelle

Potrebbe essere. Già, nulla vieta di pensare che siamo di fronte ad un calendario maya. Quando, quasi a metà del film, piove, sembrerebbe che si manifestino a noi quegli Dei pluviali – onnipresenti nella vita degli antenati dei campi a granaglie di Bonampak e delle spiagge tumultuose di Tulum, e terribili per i loro denti enormi ed acuminati – che impersonavano le forze ‘reali’ che muovevano il mondo. L’egoismo. L’avarizia. La collera.

Può essere anche che questa a-topìa (un luogo da selva, una casa tanto avveniristica quanto conforme ad una grande capanna tribale tecnologica, nessun richiamo ad una progressione di date e/o signazione), prenda corpo proprio in qualche radura dei Monti Azzurri, all’epoca in cui degli indoeuropei – plutocrati – hanno costruito in piena solitudine (preregressiva? Postatomica? Anteanarchica?), delle tanerifugio nelle quali sottrarsi al pianeta e sopravvivere anche a se stessi.

A ben ricordare, nel trepido culto della foresta e della pioggia, quell’uomo (il mesoamericano antiquato), mentre si sottometteva al volere mutevole degli Dei, cercava di conoscere i misteri del destino. Mostrava servilità e superbia allo stesso modo. Quest’uomo (l’indoeuropeo modernista), similmente pretende di sviscerare le leggi e le sequenze delle diverse azioni divine, cercando nei diversi cicli temporali o immaginando una regolarità dell’universo dietro l’apparente indeterminatezza della realtà. Può assumere la certezza di comandare il ‘tutto’ grazie all’intreccio di combinazioni matematiche (il Dottore prima è escluso dal funzionamento del Cubo, poi ne intuisce il funzionamento e ne pretende controllo e risultati), di macchinari complessi apparsi in luoghi selvaggi, di salvagente rabdomantici gettati tra i flutti delle dimensioni da parte dei Signori Obscuri dei Quattro Glifi…

Mi domanderò: “Alice e suo padre, infine, novelli maya postecnologici, tentano di impossessarsi dei turni delle cose accadute, che accadono e che accadranno?”. E mi risposi: “Ardita come lettura, anche se di concetto perfettamente plausibile!”. Una turnazione calendarica, appunto. E la suddivisione della scena in chapters, potrebbe avvalorare ciò.

 

 

 

Cosa abbiamo trovato nel bosco?

Questo sorprendente film del regista spagnolo González-Perellón, torna a farci domande sul processo del Tempo. Una riflessione prismatica sul reale che interseca filogenesi e mutamenti narrativi, tanto noti quanto stranianti; tutti imprescindibili per tentare di capire ‘ciò che accade’, quanto aleatori di forma e di sostanza.

Genet avrebbe invocato la sovranità del male, un analista sistemico invece quello che viene fuori al netto dello scontro/mantra tra storia selettiva (qui: l’affetto di una ragazzina monca per una cagna parlante; lo schema di comando di tre incursori destinati – un po’ come Odisseo – a penetrare l’empio per farne scempio; la passione musicale di un padre nume, che è oramai senza armonia di crome e biscrome) e la storia elettiva (un ‘car crash’, si presume dalle battute ultime del film, un punto di rottura che ha preso in mano gli eventi e li ha fatti rantolare al punto in cui prende inizio la storia sceneggiata). Perché è al passato che il regista continuamente guarda. Se c’è una timemachine in questo film, è il passato. Ciò che è già trascorso; non il presente e né tanto meno il futuro. Una questione di concentrazione, di pensiero, di governo della mente, così come ripete spesso il Dottore a sua figlia Alice. Il passato somiglia tanto a quella protesi – iperavveniristica, supersensibile, ultracoagente –, che dà fastidio e pure serve (o servirebbe) per mettere in fila tre cilindri colorati, prova empirica che si è arrivati al punto di reggere e custodire le cose ‘che sono’ e ‘che verranno’. Ed il passato non viene mai mostrato, mai descritto pienamente. Anche il cinema paga dazio; oggetto narrante connesso, alla pari di tutti gli altri, alla vacuità del film.

 

 

 

Il regista scompone cinema con la sbadataggine di uno che sa solo arrotolare immagini e sospensioni d’immagine; afferra lo spettatore non per la gola, o per le mani, o colpendo d’immaginazione, inquietudine o scopofilia. Ma compilando una sorta di labirinto ottico (Minos cum Atheniensis cum Theseus cum velis atris cum vela candida etc etc), cerca di ingannarci con l’attesa esibizione di una ‘vela’, un segnale discopritore che mai arriva.

Una regìa che, in una sorta di ‘delirio freddo’, trascende i canoni del genere (un mixtape che varia da “Ex machina” a “Los cronocrimenes”, con la libertà di catafotterci dentro anche monoliti neri ed animismo animale!), per precipitare tutto in una buffa tragedia greca. Morte (tutti i protagonisti crepano ‘almeno una volta’ nel film) e salvezza (tutti, nell’ultima scena del cubo oscuro, pare possano avere una nuova possibilità di rinascita), si intrecciano in un ordito degno d’Euripide. Più o meno, insomma. E di stare a teatro sembra, per davvero, quando la mdp si ferma come fosse piantata davanti ad un palco, mentre – spesso tra giochi di luce e rispecchiamenti, d’ombre e nascondimenti – gli attori interagiscono preparando o finalizzando uccisioni che risultano tanto legnose quanto liberatorie.

Se ribaltiamo i toni privati del racconto nelle morgane dell’orizzonte collettivo, “Black hollow cage” acquista le sembianze di uno dei film politici più sibillini (quindi, vista l’allure dei tempi, più chiarificatori), oggi in circolazione.

Ecco cosa abbiamo trovato nel bosco!

 

 

 

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