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The Post

Regia di Steven Spielberg vedi scheda film

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La recensione su The Post

di yume
8 stelle

Fatti noti, cronaca di cinquanta anni fa (1971), qualcosa che oggi si può definire Storia, eppure il film riesce a rendere presente quel passato e a creare attesa e, non di rado, stupore.

locandina

The Post (2017): locandina

Due nomination agli Oscar 2018, sei Golden Globe, un lunga lista di premi tra cui ci piace segnalare, nel 2017, la candidatura come miglior film da parte del Women's Image Network Awards. Scelto infine dal Time come miglior film del 2017, The Post di Steven Spielberg è un film che ha molte carte a suo favore, per non dire tutte.

La storia, innanzitutto, una true story incastonata nella storia recente, ma così complessa e ammantata di ombre da sembrare una fiction, fra thriller e spy story.

I due protagonisti, Meryl Streep e Tom Hanks, per la prima volta insieme e per la prima volta con la regia di Spielberg, e i fasti del grande cinema hollywoodiano tornano a splendere.

La sceneggiatura, agile, avvincente, ben scandita, più di due ore di tensione controllata in attesa del verdetto della Corte Suprema degli States sulla libertà di stampa.

Fatti noti, cronaca di cinquanta anni fa (1971), qualcosa che oggi si può definire Storia, eppure il film riesce a rendere presente quel passato e a creare attesa e, non di rado, stupore. Stentiamo infatti a credere, noi figli dell’era dello scetticismo globale, che le cose possano andare così, ma tant’è, non resta che rimpiangere quel mondo, quei giorni e quelle idee.

Nel giugno 1971, il New York Times, il Washington Post e gli altri principali quotidiani degli Stati Uniti scelsero di stare dalla parte della libertà di espressione informando su documenti segreti del Pentagono inerenti a quattro decenni di storia e presidenze americane, in particolare sull’affare Vietnam.

 

Si torna con i ricordi a quella disgraziata guerra, alla montagna di storie, pubbliche e private, che allora furono pane quotidiano per tanti, troppi anni, a come ci si abituò, a partire da quella, a vivere le guerre come un fatto mediatico, scollato dalla realtà, fino a non poterne più e pensare ad altro mentre scorrono le immagini.

Spielberg racconta di aver vissuto quegli anni in diretta, dunque questo film possiamo immaginarlo come il tributo che il grande regista finalmente può rendere ad una storia che è stato facile dimenticare, qualche dossier imbastito da emittenti dedicate, qualche numero speciale di Storia Illustrata in occasione di anniversari e commemorazioni, e intere generazioni di giovani per cui il Vietnam è solo un paese lontano che fanno perfino fatica a localizzare sul mappamondo.Della guerra in Vietnam si è letto, scritto, visto al cinema più di quanto sia possibile immaginare. Spielberg le dedica la prima sequenza, solo quattro minuti nel più puro stile war movie: scontro a fuoco, corpi a terra, zoomate su piaghe purulente, barelle, elicotteri, tutto il repertorio tristemente noto immerso nel verde cupo della giungla indocinese.

 

Quindi si passa oltre, la guerra torna ad essere un affare di Stato, di Cancellerie, di archivi segreti, di marce per la pace.

Daniel Ellsberg (Matthew Rhys) è sull’ aereo presidenziale che lo riporta a Whashington con la delegazione del Segretario di Stato Mc Namara (Bruce Greenwood). Ha assistito alle operazioni di guerra e sta scrivendo il suo rapporto. Il gruppetto di politici lo chiama e la domanda che gli fanno è semplice:

Noi non abbiamo assistito, tu sì. Credi che ci siano miglioramenti o peggioramenti?”

“Quello che più m’impressiona è l’assenza di cambiamento” è la risposta di un Dan sconcertato di fronte alla superficialità della domanda. Lo sconcerto diverrà rabbia quando sentirà Mc Namara parlare ai giornalisti in aereoporto in toni trionfalistici. La ragion di Stato obbliga il politico a coprire l’orrenda verità di una guerra già persa e di un massacro inutile che ancora continua.

 

Dan sarà il primo a mettere in moto una macchina che avrà bisogno di collaborazioni importanti per andare a buon fine, ognuno dei protagonisti rischierà incriminazione e galera, ma la verità riuscirà ad emergere dagli archivi segreti, a volte un’effrazione per il bene del Paese è auspicabile.

Quello che accade nello sviluppo della vicenda ruota intorno al nodo della libertà di stampa e dell’asservimento o meno di questa ai poteri forti dello Stato. I documenti trafugati dagli archivi che nascondono la copertura di segreti governativi riguardanti la guerra in Vietnam finiscono nelle mani di redazioni per cui la decisione di pubblicare è una scelta molto difficile. Erano anni in cui il giornalismo d’inchiesta riusciva ad avere una forza d’urto inimmaginabile oggi, da quella battaglia il New York Times e il Washigton Post uscirono vincitori, e con loro l’intero Paese democratico a cui ben quattro Presidenti avevano nascosto la verità. Si correvano però rischi forti, il margine oltre il quale spingersi era pericoloso ed era davanti a tutti, anni di maccartismo avevano insegnato il silenzio e l’omissione prudente. Eppure accadde il miracolo e l’onda d’urto fu devastante, Nixon pagò per sé e tutti i suoi predecessori, il Watergate di lì a poco lo spazzò via e per una volta vinse il Paese.

 

Nel 1973 la guerra si poteva dire ormai persa e conclusa, il 4 aprile del 1975 gli ultimi elicotteri abbandonarono il tetto dell’Ambasciata americana a Saigon.Undici anni di guerra, 58.200 caduti americani, 2 milioni di civili vietnamiti e almeno un milione di soldati vietcong e nord-vietnamiti. Resta l’amara consolazione di aver dato vita, per una volta, ad un modello di informazione “strumento al servizio dei governati, non dei governanti”.

Il mondo ha in gran parte dimenticato quegli orrori, ampiamente rimpiazzati da molti altri nel corso degli anni successivi, ma quello che accadde in America in quei giorni del 1971 per opera di giornalisti capaci di credere nell’onestà del loro mestiere e di una donna, Katharine Graham, proprietaria del Washigton Post, è una lezione da non dimenticare. Ognuno di quegli uomini sapeva bene cosa rischiava, posto di lavoro, libertà, e in America ben sappiamo cosa vuol dire perdere tutto, eppure nessuno si tirò indietro.

 

Ma la figura di eccellenza è lei, Katharine Graham, la prima donna che si trovò a fare l’editrice solo perché, morto il marito a cui suo padre aveva lasciato l’impresa, non poteva far altro che prenderla in mano.

La grande attrice che conosciamo, Meryl Streep, le regala un’interpretazione intensa, che sa esprimere con uno sguardo, un gesto, poche parole, la complessità di un animo femminile che si scopre libero, capace di scelte importanti, affrancata dall’antica sudditanza alla società degli uomini.

Phil diceva che una notizia è la prima bozza della Storia” dice Katharine ai suoi redattori.

E della Storia bisogna essere degni, sembra che aggiunga fra sè e sè.

Magnifica la ripresa finale, un vero colpo d’ala registico che la Streep asseconda con tutto il carisma di cui è capace. Fra due ali di consiglieri e grand commis di Stato in doppiopetto scuro come la loro faccia, con Ben Bradlee /Hanks in maniche di camicia sullo sfondo che ridacchia soddisfatto, lei ha preso la decisione giusta e ora si allontana con la lunga camicia da notte di seta bianca che si gonfia intorno al suo corpo.

Sembra un dirigibile che sta prendendo quota.

 

www.paoladigiuseppe.it

 

 

 

 

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