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Blade Runner 2049

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Blade Runner 2049

di EightAndHalf
4 stelle

Sono passati 35 anni da quando Deckard è scappato dalla città con Rachael, e sono 35 anni che è rimasto sospeso e indefinito l'enigma dell'unicorno. 35 anni che il mondo dei replicanti è stato afflitto da un coatto inconscio collettivo, inteso come l'installazione di memorie prelevate da esseri umani realmente esistiti, ricordi talmente nitidi e perfetti da non permettere all'androide stesso di capire se davvero esiste o meno (generato ma non creato). I dilemmi esistenziali di Blade Runner (1982) erano posti al servizio di un'operazione cinematografica felicemente programmatica di rimessa in gioco del genere sci-fi tramite commistioni noirkolossal di vario genere, con un rinnovamento profondo dell'iconografia di genere, addotto in modo così efficace da rendere il film di Scott un oggetto di culto col passare degli anni, intriso anche di un certo maledettismo viste le varie versioni che se ne sono ottenute (a partire dal fondamentale director's cut). Un capolavoro che si è costruito nel tempo. 

Ma mentre Scott si diletta a proseguire la saga di Alien con esiti altalenanti per scoprire l'origine di un'altra leggenda che segnò parallelamente a Blade Runner la sua carriera, Denis Villeneuve viene scelto per proseguire il soggetto del capolavoro del 1982 ambientandolo trent'anni dopo. La distopia scottiana è tediamente rivoluzionata in un sovraccarico di discariche, desolati deserti e campagne aride sconfinate, e solo poco si respira di quella grande metropoli uggiosa in cui si muoveva Deckard, e che rivisitava la grandeur griffithiana immergendola nell'oscurità e nell'indefinizione. L'hi-tech del primo Blade Runner non è più essenziale e anti-spettacolare, ma è pieno di ninnoli e abbellimenti superflui, come avremmo potuto vederne in tantissimi altri sci-fi di produzione contemporanea. E infine la regia è quella metallizzata e secca del solito Villeneuve, niente di diverso dalle non ispirate regie di certa altra fantascienza (lo scadente Oblivion di Joseph Kosinski, l'avvincente Ex Machina di Alex Garland, le simpatiche invenzioni di Duncan Jones) che ha tentato la strada del filosofeggiamento esistenziale. Questo approccio come già detto "metallizzato" della regia di Villeneuve, che cerca di evocare e non urlare il profondo pathos degli eventi (fallendo), niente ha a che vedere con la regia scottiana del 1982, che era lenta, inesorabile ma anche fiammeggiante, fumosa, chiaroscurale, granulosa, sporca pur rimanendo magniloquente. Non dimentichiamoci che l'ultima immagine del director's cut di Scott è una bellissima, sgraziata, camera a mano. 

 

Appurato che Blade Runner 2049 poco ha capito il primo Blade Runner e poco lo "discute" in termini estetici, la qual cosa era necessaria visto come Blade Runner è profondamente intriso nella nostra immaginazione, si possono dunque facilmente affrontare i problemi della nuova operazione di Denis Villeneuve, già destinata a una memoria a breve termine visto l'abuso di espressioni come "Autore" e "capolavoro" che se ne sta facendo. Infatti questo enorme entusiasmo fomentato a soli pochi giorni dall'uscita del film sta probabilmente consumando il film stesso a fuoco lento, permettendone l'incenerimento anzitempo nell'arco di pochi anni, così come sta avvenendo a molte altre opere contemporanee che cavalcano l'onda della riscoperta dei classici e del tributo acefalo del Cinema del passato. Insomma, dopo che Blade Runner è diventato capolavoro dopo tanto tempo, dopo aver sconvolto e disorientato critica e pubblico nel lontano 1982 (reazione che dovrebbe verificarsi ogniqualvolta ci si presenta dinnanzi un capolavoro), ci ritroviamo di fronte - come troppo spesso avviene con Villeneuve - un instant masterpiece che ha sbattuto le porte in faccia all'ambiguità e sa soddisfare i desideri dello spettatore nell'immediato, pur trattandosi di un immediato trascinato stancamente in due "autorialissime" ore e mezza. Il film infatti dimentica che Blade Runner era innanzitutto Cinema sul Cinema e sull'immaginazione, e si imbarca in una narrazione in chiave biblica che risulta essere il vero interesse del film, e non l'intelligente pretesto che aveva utilizzato Scott per parlare di ben altro. Qui, come nel miglior Nolan, l'interesse è proseguire la trama. Non c'è affatto problema con questo, sebbene si tratti di un obbiettivo che rende superfluo e trascurabile tutto lo sfarzo fotografico e luministico di cui si avvale il film, e che aggiunge poco o nulla al discorso (ancora una volta, tediosamente narrativo). Come sempre avviene in Villeneuve infatti - sulla scorta degli insegnamenti nolaniani - l'operazione cinematografica deve inseguire, scuotere e annichilire l'esperienza spettatoriale, annullandola in immagini pulite e corrette (ma grandiose, wow, spettacolari!) e sconvolgendola con i plot twist che non hanno nulla a che vedere con la rappresentazione cinematografica tout-court. Basti pensare che le rivelazioni di Blade Runner 2049 sono tutte raccontate tramite ovvi capitomboli in scene precedenti, a rileggere gli eventi in maniera diversa, insomma come si fa anche nei gialli meno pretenziosi. Quindi dove sta, alla fine, la pretenziosità di Villeneuve?

 

A dire il vero, Villeneuve non si è neanche sforzato tanto per complicare la faccenda. Il suo Blade Runner 2049 è infatti un farfugliamento misticheggiante che pensa ancora che il Cinema sia il mezzo e non il fine di un film: via con le scoperte, le rivelazioni, le tensioni identitarie, le rivoluzioni (immaginario più da Hunger Games che da capolavoro dello sci-fi), i dubbi amletici. Insomma, poco che non sia già stato fatto con Rogue One di Gareth Edwards, una delle pochissime operazioni riuscite di questa tendenza contemporanea della disanima dei classici del passato, in cui il soggetto è almeno il doppio più denso di quello di Blade Runner 2049 ed è un felicissimo pretesto per portare avanti un altro discorso fondamentale, che era quello dell'allacciamento estetico della trilogia IV-V-VI di Star Wars alla trilogia I-II-III. Blade Runner 2049 invece tenta la solita carta del film di fantascienza che cerca di superare il genere, attraverso l'esibizione supponente di campi lunghi, colori accecanti, musiche stordenti (ormai Zimmer è il cancro del blockbuster "d'Autore") e trame (neanche troppo) contorte, senza un singolo movimento o un singolo shot che cerchi di parlare di Cinema. 

 

Gli unici aspetti che negano la possibilità di una totale bocciatura di Blade Runner 2049 stanno nelle singole, episodiche, situazioni cinematografiche che Villeneuve riesce a tessere come filler fra una rivelazione narrativa e un'altra. In particolare, la fantasia sul corpo sdoppiato della donna, o anche il confronto della figura umana coi giganteschi ologrammi, appare come una suggestiva chiave di lettura per un discorso ampio e complesso sull'illusione, la messa in scena, come il fruttuoso indizio per suggerire un labirinto post-moderno di rivalorizzazione del desiderio tramite il sintetico (Her di Spike Jonze), una nuova generazione non-umana che ha azzerato il problema morale della finzione, e l'ha contestualizzato solo al quesito esistenziale. Ma come avviene troppo spesso in Villeneuve, questo è troppo poco, banalmente in termini di minutaggio: sono solo dieci i minuti notevoli di Blade Runner 2049, così come erano solo dieci i secondi notevoli di Enemy, e forse neanche cinque quelli di Incendies. Praticamente piccoli aghi in grandi inutili pagliai. 

 

Per concludere, Blade Runner 2049 arriva utile a inserire finalmente Villeneuve nel percorso della rivisitazione del passato che sta caratterizzando fortemente il Cinema del grande pubblico in questi anni Dieci del 2000. Da La La Land di Damien Chazelle a The Shape of Water di Guillermo del Toro, sembra che pescare a piene mani dall'immaginazione già radicata dello spettatore sia il modo migliore per avere successo. E non parliamo di gustose citazioni (mother! di Darren Aronofsky, Birdman di Alejandro Gonzales Inarritu) che sono di fatto dialoghi estetici con più o meno illustri predecessori, parliamo di riconfezionamenti perfettini e patinati (The Magnificent Seven di Antoine Fuqua, per dirne uno) che si accomodano nelle aspettative spettatoriali presentadosi come surrogati delle principali emozioni, niente che non sia meno sintetico della memoria finta degli androidi. E' un Cinema che fa male, perché si avvale di quello stesso coatto inconscio collettivo che incancrenisce il mondo dei replicanti scottiani. Ma è un Cinema con cui ancora faremo, purtroppo, i conti per molti anni. 

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