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Blade Runner 2049

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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George Smiley

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Blade Runner 2049

di George Smiley
8 stelle

Blade Runner 2049 anela alla grandezza del primo inarrivabile capitolo senza tuttavia raggiungerla, schiacciato dalla sua natura derivativa e da una sceneggiatura non al livello dell'eccellente impatto visivo messo in piedi da Denis Villeneuve e Roger Deakins. Tuttavia, rimane un notevole esemplare di cinema di fantascienza.

ATTTENZIONE! DI QUESTO FILM HO SCRITTO DUE RECENSIONI, LA PIU' VECCHIA RELATIVA ALLA PRIMA IMPRESSIONE, LA SECONDA LEGATA ALLA SECONDA VISIONE.

 

PRIMA VISIONE AL CINEMA

35 anni ci sono voluti prima che un film underground e art-house come Blade Runner venisse digerito dalla famelica macchina dei soldi hollywoodiana, pronto per venire riproposto sotto forma di franchise in questi anni 2010 così poveri di originalità. Sono ormai quasi vent'anni che la fantascienza al cinema si è ripiegata su sè stessa, incapace di guardare e immaginare il futuro come nei decenni precedenti, stretta nella morsa di un presente alienante e della mancanza di immaginazione che ormai sembra aver preso il sopravvento. Naturale dunque rispolverare vecchie glorie del passato con la scusa di ampliarne la mitologia in un infinito processo di world-building che più che all'arte fa bene al portafoglio dei produttori. Nonostante ciò, capita (raramente, ma capita) che alcuni di questi aggiornamenti di film anziani si propongano come opere a loro stanti e di assoluta e aprioristicamente inimmaginabile qualità (vedasi Mad Max: Fury Road, Prometheus e qualcun altro che adesso dimentico). Blade Runner 2049 prova ad essere uno di questi e a Denis Villeneuve va dato atto di aver diretto un film personale e anti-commerciale, là dove il timore principale consisteva in una svendita del "brand" Blade Runner. Peccato che le sue ottime intenzioni non bastino a farne il grande film di cui tanto si ciancia nei salotti di cinema e sulle riviste a tema.

Sicuramente il film ha molte cose positive al suo interno: come detto, Villeneuve fa un film d'autore lento e riflessivo, lontano dai canoni odierni, intimista e tristissimo. Cerca di allontanarsi il più possibile dall'estetica cara a Ridley Scott, mantenendo soltanto gli elementi identificativi del mondo di Blade Runner: là dove l'originale era magniloquente, strabordante di dettagli, cupo, freddo e tetro, questo nuovo lavoro è asettico, minimalista, spoglio e decisamente più luminoso. Il rispetto per il modello scottiano è evidente, e il regista canadese gli rende onore senza traccia di ipocrisia, bensì con la dovuta riverenza, tuttavia non esita a cercare altre strade per ampliare il discorso iniziato già nell'82. La regia è ottima, pulita, sa quando rendersi imponente e quando lasciare che siano i personaggi a dominare la scena. Di questi, sono da menzionare la feroce e determinata replicante Luv, interpretata da una Sylvia Hoeks rivelazione dell'anno e migliore performer del nutrito cast, e la dolce e protettiva Joi, amante incorporea del protagonista a cui presta il volto la brava e bella Ana de Armas. Se la cava benino anche Ryan Gosling in un ruolo molto spinoso e Harrison Ford ci mette la consueta presenza scenica che è lecito attendersi da un suo pari. Abbastanza buona e funzionale la colonna sonora, la quale però nemmeno lambisce le vette toccate da Vangelis.

Ma, a dispetto della bellezza estetica messa in campo da Villeneuve e i suoi collaboratori, il modello non si può dire eguagliato, tanto meno superato: Blade Runner 2049 vive di una bellezza totalmente contemplativa, fredda e distaccata, lontana dall'atmosfera avvolgente del Blade Runner di Scott. Il lavoro di Villeneuve si ammira a mente fredda, ma nel pieno della proiezione non ti risucchia all'interno dello schermo come avveniva 35 anni fa. Manca di vitalità, peccando di compostezza e monocromaticità. E se il lato visivo è ottimo anche se non quanto ci si poteva attendere, è la sceneggiatura la vera zavorra del film: tolti i personaggi sopra menzionati, gli altri mancano del carisma e dello spessore che rendevano speciali gli abitanti della Los Angeles del 2019. Non aiutano nemmeno i dialoghi, generalmente adeguati ma privi dell'asciutezza e del realismo necessario ad un film del genere. Invece ci tocca sorbire i pretenziosi vaneggiamenti di un Jared Leto che non regala sfaccettature al suo monodimensionale (e pure un po' trascurabile) villain (e anche qui: ma quando mai Blade Runner è stato un film di buoni contro cattivi?) e vere e proprie battute a vuoto che sarebbe stato molto meglio evitare ("Che succede se finisco questa?"(succede che spacco lo schermo), "Cristo K, questo spacca il mondo!"(anche la mia pazienza), "Hai del formaggio?"(Non era più appropriato dire:"CHI CAZZO SEI TU?"), "Adoro questa canzone!"(COSA CAZZO ME NE FREGA?! Tra l'altro dopo una scazzottata degna di Bud Spencer e Terence Hill), per non parlare della simpatica parentesi del cane alcolizzato e presumibilmente finto (devo dire che però qualche risata me l'ha strappata)). Le stesse tematiche affrontate dal film sono riciclate dal precedente capitolo: sostanzialmente si parla sempre di simulacri dall'aspetto umano alla ricerca di un'identità propria e di un passato a cui ancorarsi, desiderosi di vita e amore, i cui creatori vivono al di sopra di noi comuni mortali in un Eden terrestre che funge da laboratorio in cui progettare le loro divine creazioni. Si parla sempre di memoria e ricordi, questa volta annaffiandoli di sottotesti messianici e leitmotiv rivoluzionario non del tutto riusciti, affiancati da obbligatori colpi di scena rivelatori. Ma è proprio questo il problema: Blade Runner 2049 non è per nulla innovativo, originale o anche solo spiazzante. È una replica avanzatissima e aggiornata dell'originale, sicuramente una continuazione organica del suo predecessore che ne amplia la storia senza intaccarne qualsivoglia aspetto, ma è pur sempre una replica a cui manca un'anima. Ci sono state scene che mi hanno emozionato, ma la maggior parte di esse riguardava non a caso i personaggi dell'originale (e questo è significativo). Volendo attribuire un merito a questo film, bisogna ammettere che il modo in cui è stato utilizzato il personaggio di Rachael è commovente: non solo non è stato accantonato, ma la sua importanza è stata addirittura amplificata (e le vicissitudini ivi narrate si collegano perfettamente ad una teoria a sfondo biblico immaginata dal sottoscritto nei riguardi del primo film). Ma tutto ciò, almeno per me, non è bastato: uscito dalla sala mi sentivo vuoto, come se il film mi fosse scivolato sopra senza lasciare traccia. Scialbo: ecco l'aggettivo che mi viene più naturale usare per definirlo. E questa è la cosa che più mi dispiace: non pretendevo un nuovo caposaldo della fantascienza, mi bastava un film che mi colpisse, che si facesse spazio in un angolo vicino agli altri film che amo, magari in sordina ma pur sempre lì nella mia memoria, e invece...lacrime nella pioggia. Il film di Villeneuve pecca di iconicità e cuore, non sa parlare ai sentimenti più profondi come dovrebbe, perchè è questo che faceva quello "vecchio": in mezzo a un universo distopico e visivamente mirabolante c'era spazio per una storia profondamente e genuinamente umana, un'umanità di cui questo splendido ma vuoto esercizio di stile difetta, come un replicante perfetto ma dal cuore di plastica.

 

SECONDA VISIONE AL CINEMA

5 giorni sono passati dalla prima visione in sala di "Blade Runner 2049" di Denis Villeneuve, 5 giorni in cui ho avuto il tempo di metabolizzare la delusione di fronte a un film osannato a priori da tutti ma che non possiede un'unghia della potenza, del fascino e della magia del primo, inestimabile, capolavoro targato Scott Ridley, 5 giorni in cui ho avuto modo di accettare il fatto che nel confronto diretto col suo predecessore ne esce annichilito. 5 giorni in cui ho ripensato a "2010-L'anno del contatto". Esatto, "2010", il seguito di "2001-Odissea nello Spazio" di Stanley Kubrick ad opera del bravo Peter Hyams. E mi sono ricordato che, fondamentalmente, "2010" mi piace. E' al livello del film di Kubrick? Neanche fra un milione di anni. E' un capolavoro? Non scherziamo, per favore. E' un bel film anche se un film minore di fronte a cotanto antenato? Assolutamente sì! E' un bel film, onesto, ben girato, che prosegue degnamente la storia del capostipite e che rivedrei volentieri. E' roba da tramandare ai posteri? Se stiamo cercando un film che ha cambiato le carte in tavola del genere fantascientifico, no, non lo è. Ma se cerchiamo un solido esemplare di fantascienza, allora se ne consiglia volentieri la visione. Ed è quello che accade con il film di Villeneuve: un film imperfetto, a cui manca l'aura di film epocale del prototipo, ma oggettivamente un bel film, con dei difetti, ma che sa farsi valere. Intendiamoci, anche se ho abbandonato il piglio da critico strafottente con cui lo avevo quasi demolito, il film mantiene i suoi difetti, ovvero una sceneggiatura buona ma che cade nel tranello dei plot-twist alla hollywoodiana (i replicanti rivoluzionari spuntati fuori dal nulla a un quarto d'ora dalla fine per poi venire accantonati, la rivelazione della vera identità dell'eletto manco fossimo in Matrix), qualche personaggio appena abbozzato, un terzo atto che non mantiene le aspettative dei primi due terzi di film, un cattivo non all'altezza e qualche dialogo pretenzioso, oltre che un'atmosfera alle volte troppo algida unita al fatto che, come ho già detto, di novità se ne vedono poche. Ma, conoscendo già la trama, ho avuto modo di concentrare l'attenzione maggiormente sull'impatto visivo, derivato dall'originale ma comunque notevole e foriero di immagini di rara bellezza, e sulla narrazione, che si snoda lenta ma costante e priva di incongruenze. A onor del vero non ho accusato minimamente la stanchezza o cali di attenzione, bensì mi sono goduto il film per tutta la sua durata. 163 minuti. Molti dicono che sarebbe potuto durare di meno, io invece sono convinto del contrario: tutte le scene sono necessarie al dipanarsi della trama e in certi casi si avverte una certa fretta che porta a liquidare troppo velocemente personaggi (Neander Wallace) e risvolti (di nuovo, replicanti marxisti) che avrebbero meritato più approfondimento. Ho goduto della perfetta regia di Villeneuve, abile nel destreggiarsi tra immagini imponenti e quadretti più intimi, con almeno una scena da citare: quella del rapporto sessuale tra K, Joi e la prostituta Mariette, un connubio esemplare di recitazione, regia, fotografia, musica e pathos. E, soprattutto, mi tocca ammettere di essermi sbagliato. Come disse Voltaire:"Gli uomini si sbagliano; i grandi uomini confessano di essersi sbagliati". E io avevo torto marcio riguardo alla frase che concludeva la mia recensione:"Il film di Villeneuve pecca di iconicità e cuore, non sa parlare ai sentimenti più profondi come dovrebbe, perchè è questo che faceva quello "vecchio": in mezzo a un universo distopico e visivamente mirabolante c'era spazio per una storia profondamente e genuinamente umana, un'umanità di cui questo splendido ma vuoto esercizio di stile difetta, come un replicante perfetto ma dal cuore di plastica". Perchè, alla fine, pur non avendo il trasporto del film di Scott, questo figlio-replicante un cuore ce l'ha. Risiede nel dramma del personaggio di K, lavoro in pelle che è solo una pedina di un gioco più grande e crudele di quanto possa pensare, un pedone sacrificabile privo di un passato ma costretto a convivere con ricordi non suoi che lo fanno sentire umano, un personaggio in cerca d'identità (e d'autore) che si interroga sulla sua esistenza senza trovare risposta, alla disperata ricerca di un senso per la propria vita e che, forse, troverà in extremis in un finale per lui di breve ma intensa felicità. Risiede nella dolce Joi, intelligenza artificiale che si palesa al pubblico sotto le spoglie della squisita Ana de Armas, più umana degli umani ma inconsistente come l'aria, desiderosa di amare il suo uomo ma impossibilitata ad avere una relazione reale con lui, la cui evanescente presenza è forse la carta vincente del film e uno dei personaggi più attuali del cinema di fantascienza odierno. Risiede nel sacrificio di un padre per amore della propria figlia e nello sguardo malinconico di quest'ultima, così come nel loro silenzioso ricongiungimento. "Blade Runner 2049" non sarà "Blade Runner" ma, cavolo signori, quanto mi mancava questo universo.

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