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La città delle donne

Regia di Federico Fellini vedi scheda film

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La recensione su La città delle donne

di giurista81
8 stelle

Opera d'arte estremamente visionaria e giustamente premiata con tre Nastro d'Argento filmata da quel genio che risponde al nome di Federico Fellini. Il copione, tutt'altro che facile da seguire e costituito da una serie di deliri del protagonista, uno spaesato ma in palla Marcello Mastroianni, risulta scritto dal regista assieme a Bernardino Zapponi e al fido Brunello Rondi (di cui ricordiamo la regia de Il Demonio, da cui Friedkin rubò la famosa spiderwalk dell'indemoniata). E' il sogno la dimensione in cui si muove il maestro di Rimini e ciò gli permette di creare un prodotto autoriale, che diverge di gran lunga da un film tradizionale. La Città delle Donne non è un film per un pubblico di basso lignaggio. Quest'ultimo, oltre a bocciarlo quale porcata, ne riderebbe di gran gusto, nel vedere falli e nel sentir parlare di vulve e vagine, pensando a un'apologia della volgarità, quando invece il film è l'esatto contrario. Non è un caso che, all'uscita, suscito grosso scandalo e venne persino tacciato di essere un film maschilista. 

Iperbolico, estremo, a tratti coraggioso ed erotico tanto da sembrare un film che occhieggia a Tinto Brass (il primo piano su un finto deretano femminile non può non essere un omaggio al regista milanese di FALLO), con le sue nebbie che calano nella notte, le luci a lad che si accendono a intermittenza nel buio più pesto, statue femminili sensuali, donne in preda all'orgasmo che liberano la loro voce da futuristici monitor azionati con interruttori che sembran quelli della luce e uno spettacolo da lunapark, con scivoli e scalinate, che proiettano il protagonista, e il circo dei folli personaggi che lo circondano, da una situazione assurda all'altra.

 

"Ma che razza di film è questo...!?" commenta Mastroianni, in una sorta di operazione metacinematografica che, come vedremo di seguito, è palesemente sottolineata dal regista. Snaporaz (Mastroianni) vorrebbe riprendere la via della stazione, dopo esser stato adescato da un focosa donna (che in realtà è una fanatica femminista che lo usa per i suoi folli piani) ma finisce disperso nei meandri di una storia imperniata di personaggi surreali che lo prendono alla stregua di uno zimbello da deridere e prendere in giro, tentano di aver con lui amplessi, lo pongono al centro di un vortice fatto di monologhi strampalati e alienati in cui lui vaga come potrebbe fare un savio all'interno di un manicomio (ci sono pure le psicanaliste, anche se sembron tutto meno che tali). Su tutti spicca il millenario dottor Katzone, interpretato da uno stratosferico Ettore Manni (tamarrissimo il look), purtroppo deceduto in corso di lavorazione e che ricordiamo nei western di Demofilo Fidani, lo vediamo pisciare sulle candeline di una torta che poi viene degustata da tutti gli ospiti, praticare una folle magia rossa e organizzare baccanali orgiastici salvo poi esser accusato da delle poliziotte, in odor di pornazzo (non a caso nel cast figura Marina Frajese, star dell'hardcore), di esser reo di abuso edilizio. Non di secondaria importanza il largo campionario di donne semisvestite (abbiamo riconosciuto Malisa Longo e l'ex miss Livorno Gabriella Giorgelli) oppure agghindate in modo fetish (costumi premiati con Nastro d'Argento) o ancora proposte in modo tale da sembrare streghe nel corso di un sabba. Il tutto è a corredo di situazioni ancor più paradossali, dove la logica e la ragione non trovano udienza. Indimenticabile la scena del cinema gigante con tutti gli spettatori, sdraiati come se fossero a letto e ben coperti fino al collo, che assistono alla visione di un film con ballerine scosciate che mostrano la loro femminilità con fare lussurioso oppure quella con Mastroianni che, sperando di incontrare la donna dei sogni, vola su una mongolfiera a forma di bambola gigante poi trafitta da una smitragliata esplosa da una ragazza bardata stile ninja.

Al centro della storia c'è un delirio (alla fine verrà giustificato) che vede il protagonista subire un vero e proprio processo kafkiano, interamente condotto da donne di dubba sobrietà mentale, in cui si mette in dubbio la sua virilità. In realtà, il film si potrebbe analizzare quale il risultato di una auto-analisi psicologica in cui, involontariamente, si trova invischiato il protagonista. Quanto succede è frutto di una probabile valutazione che il personaggio di Mastroianni fa di sé stesso, forse perché insicuro e insoddisfatto della propria vita di relazione (che infatti va male ed è monotona) divenendo così schiavo dei suoi stessi sogni che si tramutano in incubi. Il desiderio di evasione e di trasgressione assume contorni debordanti, ai limiti del collasso nervoso. Il gusto di Fellini per il fantastico iperbolico, verrebbe da dire gogolianoemerge in modo spiccato e non può che portare lo spettatore, amante del bizzarro e del grottesco, ad amare questa pellicola in modo sviscerale. Non da ultimo l'accenno a quell'essere protagonista di uno spettacolo che anticipa The Truman Show, proponendo uno spettacolo che racchiude al suo interno sempre un ulteriore spettacolo, così da formare una scatola cinese in cui il protagonista finisce sempre più alla deriva.

 

Parliamoci chiaro. La Città delle Donne è un film che solo Fellini avrebbe potuto dirigere. Sulla carta complesso, non commerciale, è il classico prodotto in cui il produttore e anche il regista, se non già affermato e considerato da tutti un maestro, rischiano l'osso del collo. Sequenze come quella in cui Mastroianni viene caricato a bordo di un auto da un gruppo di teppiste, con queste che, scoppiatissime e drogate, duellano con altre svitate (non so perché ma mi ha fatto venire in mente A Prova di Morte di Tarantino) e ballano, al suono di una musica elettronica volutamente trash, non potrebbero che portare all'ilarità e all'immediata condanna di un regista in erba che non verrebbe certamente compreso, metabolizzato e digerito, ma subito evacuato nella pattumiera in cui la critica trita e disperde i malcapitati.

Si tratta dunque di una pellicola che fa della presa onirica e del linguaggio visivo la sua arma di forza. Costruita in virtù di una fotografia di Giuseppe Rotunno (premiata col Nastro d'Argento) psichedelica e soprattutto di una scenografia assai kitsch che rimanda, specie negli arredamenti (fantastici), a Femina Ridens (gioiello del 1969 di Piero Schivazappa).

 

Una curiosità, appresa leggendo La Storia dei Racconti di Dracula (Edizioni Profondo Rosso) di Luigi Cozzi & Sergio Bissoli, è quella costituita dal fatto che il soggetto sarebbe stato "rubato" da un racconto (La Città Femminina) scritto da Sveno Tozzi (alias Doug Steiner, pseudonimo usato nella stesura di romanzi gotici inseriti nella collana pulp da edicole degli anni sessanta e settanta I Racconti di Dracula), in cui si parlava di una città abitata quasi esclusivamente da donne despote, protagoniste della vita politica e legislativa, in cui gli uomini venivano presi a pesci in faccia. La storia di Tozzi sarebbe stata caratterizzata da un taglio orrorifico, con presenza di uno squadrone di donne giustiziere che catturava i maschi al suono di una canzone denigratoria. Per chi fosse appassionato al tema, in chiave narrativa, suggeriamo l'apocrifo lovecraftiano L'Orrore che Viene dall'Est pubblicato da Profondo Rosso.

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