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Io sono un evaso

Regia di Mervyn LeRoy vedi scheda film

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La recensione su Io sono un evaso

di Stefano L
9 stelle

 

Un’opera che, nel periodo dell’uscita, scosse delle polemiche riguardanti la legittimità del sistema legale statunitense durante la Depressione, e mise sotto gli occhi di tutti la straziante verità di una giurisdizione scorretta, in grado di lasciare dietro le sbarre un onesto cittadino senza prove certe o affidandosi ad un criterio tangibilmente sopra le parti. Robert Elliot Burns (personaggio cui è ispirato il film di LeRoy: nella realtà era un medico), è un veterano della guerra il quale, una volta tornato nella terra natale, trova solo l’opportunità di lavorare come operaio. Lui però ha la passione per l’ingegneria civile e sogna di progettare ponti e strutture urbane. Purtroppo nel vagabondare tra uno stato e l’altro viene inavvertitamente coinvolto in una rapina e condannato a dieci anni di prigionia nel durissimo penitenziario del Sud ove ancora è applicato il malvagio espediente della “chain gang” per controllare i detenuti. I criminali infatti sono legati tra loro con delle catene molto simili a quelle del periodo medievale, e vengono frustati selvaggiamente nel caso in cui la loro attività di manutenzione nelle ferrovie e nei campi agricoli non sia abbastanza redditizia. L’unico modo per sottrarsi a quell’inferno è la fuga, ma il mondo esterno, in un momento economicamente abbastanza disastroso, sembra comunque preservare diverse rogne burocratiche nell'ambito professionale, e poche possibilità di successo imprenditoriale. Il disegno di intolleranza e disumanità predisposto da LeRoy è stato così percepibile e conturbante che al regista è stato negato l’accesso nello stato della Georgia, tanto da fargli presupporre pure il linciaggio nel caso in cui si fosse imprudentemente trovato in quel suolo a lui negato. L’interpretazione di Paul Muni (Burns) in effetti è dolorosissima e nel suo volto è perfettamente palpabile il sentimento di delusione cronica ed inettitudine nei confronti di una costituzionalità spietata e corrotta in una società dove ormai i membri migliori sono costretti a pagarne le conseguenze più grette, per via della prassi punitiva scandalosa applicata dalle forze dell’ordine; i secondari (attori di Hollywood non troppo noti, salvo per la Farrell) sono altrettanto bravi ed intensificano quest'atmosfera burrascosa di un'America degenerata, sebbene non sia completamente chiarita la capziosità sulle righe del reverendo Robert Allen (Hale Hamilton), il viscido sacerdote, il quale non crede nelle capacità di Burns, invitandolo ad intraprendere una strada più “modesta” ed esente di grandi prospettive per il futuro. Un finale ambiguo circondato da un’aura di scetticismo ed amarezza di fondo chiude con disillusione “I Am a Fugitive from a Chain Gang”, attestando il lungometraggio di Mervin LeRoy come una delle migliori pellicole carcerarie mai girate.

 

 

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