Giava, 1942. Il campo di concentramento giapponese guidato dal generale Yonoi (Ryuichi Sakamoto) è l’arena che accoglie lo scontro culturale fra Oriente e Occidente, fra soldati giapponesi castrati dalle tradizioni e prigionieri inglesi incapaci di comprenderle, castrati a loro volta dall’isolamento e dalle sbarre. La guerra non è ancora finita ma lì in Giappone sono convinti di avere ragione, e se non hanno ragione piuttosto che confessarlo a loro stessi si sottopongono al suicidio rituale dell’harakiri. Anche gli inglesi sono convinti di aver ragione, ma per loro la prigionia non è la fine dell’onore bensì una coercizione momentanea prima di poter tornare a combattere. Tanto più è irrazionale lo stendardo della ragione fra le due parti, tanto più lo sono anche gli improvvisi ponti fra le due sponde: il rapporto sessuale fra un giapponese e un olandese colti in flagrante, incompreso atto d’amore immerso nel sudore, nella sabbia e nel sangue.

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Furyo

Con un contatto impossibile fra mondi si apre Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence) di Nagisa Oshima, ma così anche si chiude nel 1946, la notte prima dell’inutile condanna a morte di Hara (Takeshi Kitano), ex comandante giapponese del campo di Giava. Ad andarlo a visitare è proprio il Mr. Lawrence del titolo internazionale (Tom Conti), l’impossibile amico dell’altra parte dello schieramento, il suo vecchio prigioniero, mediazione fra le due culture e infatti unico inglese a parlare giapponese nel film e unico a sopravvivere alle mutue stragi belliche fra alleati e giapponesi.

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I due ricordano i tempi andati, soprattutto le impossibili cose belle, soprattutto il perdono che Hara aveva concesso a Lawrence e a Celliers (David Bowie) proprio il Natale del ’42. Festa occidentale, ma che aveva fornito al violentissimo Hara la giusta occasione per offrire la sua bontà gratuita, punita poi da Yonoi con la semplice privazione del saké. Lawrence e Hara, nella cella del secondo nel 1946, ricostruiscono quel momento: Lawrence si gira, come aveva fatto nel ’42, quando Hara lo chiama come l’aveva chiamato 4 anni prima, e Oshima stringe sui due primi piani, spalancando le porte alle più commoventi note della colonna sonora di Ryuichi Sakamoto. “Merry Christmas, Mr. Lawrence”.

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Se è facile intercettare in questo finale, ambientato nel ’46, lo specchio dello strepitoso momento natalizio del ’42, meno facile è forse notare un’altra specularità su cui Oshima costruisce l’ennesima contraddizione del suo grande capolavoro. Una specularità dettata da una semplice inquadratura, una prospettiva dall’alto, evocata solo in un altro momento del film con altrettanto rigore e altrettanta glacialità: cioè quando, dopo poco più di un’ora di film, Lawrence viene portato da Yonoi dentro il tempio del campo, dove Hara sta recitando dei versi da un libretto inginocchiato di fronte a un altare.

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Yonoi vuole giustiziare Lawrence perché una radio nemica è penetrata nelle prigioni, e Lawrence, innocente, gli chiede se quella punizione serva davvero a fare giustizia o serva solo a trovare un capro espiatorio qualunque perché, considerata l’entità del crimine, “qualcuno dovrà pur essere punito”. Alla conferma di Yonoi, Lawrence da in escandescenze, proprio nel momento in cui Oshima sceglie la prospettiva dall’alto: “È colpa dei vostri dei”, dice Lawrence, e preso dalla rabbia distrugge l’altare di fronte cui sta pregando Hara. Hara esita per qualche secondo, ma non si sposta; il violentissimo Hara non batte ciglio e continua a pregare.

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Nel finale torna la stessa inquadratura, la stessa prospettiva dall’alto e lo stesso movimento panoramico a seguire il movimento di Lawrence. Questa volta nessuno da in escandescenze perché Hara è rassegnato a morire, e questa volta Lawrence, dalla parte di quelli “che pensano di avere ragione”, non può inventarsi alcuna scusa per salvarlo, come invece Hara aveva fatto con lui – e come stava per non fare dentro il tempio. In questa impossibilità della salvezza di Hara si dispiega il dramma della doppia specularità del finale di Furyo, la mestissima tenerezza dei singoli individui annullati dal destino della Storia e delle nazioni, e la specularità assoluta e sadomasochista dell’irrazionalità dell’odio e dell’amore.

Autore

Marco Grifò

Il suo percorso di studi nulla ha a che vedere col cinema, ma è col cinema che avviene la sua vera formazione: appassionato fin dall’infanzia, autore-amatore nella community di filmtv.it da quando ha 17 anni e frequentatore ipercinetico di festival internazionali da quando ne ha 18. Collabora con la rivista di cinema Lo Specchio Scuro, ha pubblicato su Eidos e su Cinergie e co-gestisce il podcast di cinema Salotto Monogatari dalla fine del 2019. Dall’inizio del 2022 fa parte del team di programmazione del Sicilia Queer FilmFest di Palermo, e crede, a costo di passare per bizzarro, che l’horror found footage sia uno dei fenomeni più importanti e sottovalutati del nuovo millennio.

Il film

locandina Furyo

Furyo

Drammatico - Giappone/Gran Bretagna/Nuova Zelanda 1982 - durata 124’

Titolo originale: Senjo no Merii Kurisumasu

Regia: Nagisa Oshima

Con David Bowie, Ryuichi Sakamoto, Tom Conti, Takeshi Kitano

in streaming: su Amazon Prime Video