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Con il vostro irridente silenzio
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Prima ci fu il libro, poi il teatro, infine il cinema (Esterno notte, 2022, di Marco Bellocchio).

Con il vostro irridente silenzio - Le lettere e il memoriale: voci dalla prigionia di Aldo Moro,

è il libro che Fabrizio Gifuni ha scritto nel 2018, a quarant’anni dalla morte di Aldo Moro, per l’apertura del Salone del Libro di Torino. Quindi, con abile e attenta soluzione drammaturgica, il libro è diventato teatro, e ha girato i palcoscenici del Paese, i luoghi del silenzio e dell’ascolto.

Spesso abitato da spettri, il teatro pullula di presenze fantasmatiche, docili per chi le ha amate, terrorizzanti per chi le ha odiate, rimorso per chi le ha avvolte nell’irridente silenzio dell’opportunismo che nega e tace.

La voce dei fantasmi si sente e racconta di un paese ... dove ogni scheletro si sistema nell’armadio, in cui tutto viene rimosso, in cui tutto cade nel pozzo dell’indifferenza…diceva Straub Huillet parlando di Pavese.

Le lettere e il memoriale di Aldo Moro hanno aspettato anni per arrivare a noi, bisognava che  dieci anni dopo l’assassinio, segnato dall’indifferenza o dall’ipocrita contrizione di quella classe politica, cadesse un muricciolo in cartongesso nell’ex prigione di Moro, abitata, incredibile dictu, da gente qualsiasi.

Qualsiasi? L’anno prima era caduto un altro muro, molto più grande. Coincidenza?

Ma poi venne l’era della Milano da bere, un altro felice ventennio iniziò il suo corso, internet e intelligenza artificiale, smartphone e guerre (ma lontane!) presero il potere, e di Moro chi parlò più? Delle conseguenze tangibili, a lunga gittata, di quella morte rimase un ricordo sbiadito, qualche stanca commemorazione.

Bisognava che un grande attore decidesse di farne un libro e un lavoro teatrale nel Paese degli anniversari, il 2018, che pubblicasse parti di quell’immenso patrimonio cartaceo su cui tanti cercarono di mettere le mani in quei dieci anni, e non certo per omaggio alla memoria.

Fabrizio Gifuni

Esterno notte (2022): Fabrizio Gifuni

E bisognava che arrivasse il cinema, con il teatro, oggi, veri spazi della memoria.

Circostanze fortuite quelle del ritrovamento? Chissà.

E il silenzio, l’indifferenza successiva di un’opinione pubblica sempre più sopraffatta, stordita dal rumore di fondo che tutto macina e cancella?

E la stampa, i notiziari? Al tempo toccarono vertici di tirature, i tubi catodici di vetusti televisori esplosero, la massa esecrò, maledisse, pianse (forse non tutti).

Poi scese il silenzio.

Ma le parole restano e il teatro ha lunga vita, dal tempo lontano in cui i Greci usarono quella formula orale/aurale per parlare di Dei e di uomini, dell’apparente assurdità della sventura e delle leggi non scritte che impongono pietà e sepoltura.

Un libro, quello di Fabrizio Gifuni, che non si legge, si divora, e forse anche gli indifferenti, gli occupati, i giovani che poco sanno e nulla chiedono, forse anche su loro si aprirà una breccia.

L’affaire Moro ha fatto scrivere fiumi di parole, biblioteche di libri.

Ma la verità poteva dirla solo lui, e l’ha detta.

Caro Zaccagnini, caro Cossiga, on. prof. Giovanni Leone, lettera al Partito della Democrazia Cristiana, all’ambasciatore Malfatti, al Beatissimo Padre (Paolo VI), nessuno manca.

Con il vostro irridente silenzio avete offeso la mia persona e la mia famiglia.

E Andreotti splende di luce propria in chiusura:

Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana.

Questi è l’on. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini […] Nulla di quel che pensavo o temevo è invece accaduto. L’ on. Andreotti è restato indifferente, livido, assente, nel suo sogno di gloria. Che significava, in presenza di tutto questo, il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia? Che significava, una volta conquistato il potere per fare il male, come ha sempre fatto della sua vita ? […] Sarebbe stato il padrone della DC, anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione.

[…] Non Le basteranno tutti i successi del trentennio democristiano per passare alla Storia.Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che Le si addice.

 

Un humor sottile percorre a tratti le parole scritte, lo strazio della prigionia non riesce a scalfire l’intelligenza dell’uomo, sempre molte spanne al di sopra di politici e politicanti amici e colleghi.

Caro Riccardo (Misasi), (siamo al 27 aprile, agli sgoccioli, il 9 maggio l’assassinio) fra alcune cose false, assurde e francamente ignobili, ho rilevato che andava affiorando la tesi della mia non autenticità, non credibilità. Moro non è Moro […] Pretendere in queste circostanze grafie cristalline e ordinate e magari lo sforzo di una copiatura, significa essere fuori dalla realtà delle cose.

Alla condanna a morte comminata, prima che dalle Brigate Rosse, da amici e colleghi di partito, si aggiunse il ridicolo di trovare tracce di perdita di sé nella grafia tremolante.

Valutazione ottimistica, quella di Moro, essere fuori dalla realtà delle cose.

Farlo credere fuori di testa per effetto della lunga prigionia rientrava nei piani, era molto utile propinare alla gente l’idea di un uomo annichilito che scriveva cose deliranti.

Nulla è mancato al tornaconto, al cinico rimpallarsi decisioni da non prendere, al gioco di chi lo voleva morto. Oggi possiamo dirlo e certo molti l’hanno pensato, allora.

E lo dice, con l’acribia di chi ha fatto un lungo lavoro di ricerca fra carte e testimonianze, Fabrizio Gifuni, selezionando lettere e parti del memoriale capaci di raggiungere il grande pubblico, che non è sempre informato su tutto quello che accadeva ed era accaduto dalla Costituente in poi.

Sono le circostanze più note che tornano alla memoria, figure che ricordiamo, facce che preferivamo già allora non vedere, grandi tessitori di strategie occulte che la cristallina onestà di Aldo Moro non poteva fronteggiare.

Fra le lettere, quelle alla famiglia, alla moglie Noretta, al nipotino, piene di amore e dolore, di forza e speranza di una vita migliore, forse non qui, ma sempre al loro fianco.

Un crescendo di consapevolezza, di lettera in lettera, fino alla certezza di morire.

Cinquantacinque giorni di una storia scellerata che ha spaccato in due il Paese.

Era il 1978, ancora dieci anni e crollava un altro muro che aveva diviso in due l’Europa.

La Storia prese strane e imprevedibili strade, incomprensibili solo a chi non vuol comprendere.

Ma qualcuno che fa la cosa giusta a volte arriva, e l’irridente silenzio diventa parola che dichiara e condanna.

 

 

www.paoladigiuseppe.it

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