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Barry Lyndon

Regia di Stanley Kubrick vedi scheda film

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La recensione su Barry Lyndon

di spopola
10 stelle

Complessa nei meccanismi narrativi e nella sofisticata struttura visiva, è un intelligente manufatto di multiformi valenze che sotto una patina di apparente freddezza nasconde una straordinaria capacita di analisi comportamentale riferita all’ambiguità del suo protagonista ed esplicita un impiego quasi sperimentale del mezzo utilizzato (il cinema)

Nella filmografia di Kubrick, “Barry Lyndon” (tre ore di grande cinema per narrare la vita e le avventure di un giovane  dalle troppe ambizioni e dalle altrettanto eccessive incongruenze “opportunistiche”) viene cronologicamente dopo “Arancia Meccanica” e si può ben immaginare come sia potuto risultare spiazzante anche per gran parte della critica - sempre bisognosa di “certezze” e di “conferme” conformi - che non seppe riconoscerne immediatamente tutto il valore, tacciando il risultato di “formalismo esasperato”, oltre che di “figurativismo raggelato”,  e riducendolo così (semplificandone notevolmente la portata) a una “magniloquente” e un poco sterile esposizione di quadri coordinati sulla pellicola come in una affascinante galleria d’arte, straordinariamente riprodotta nelle immagini come dentro un album di illustrazioni d’epoca (il ‘700 fra Irlanda e Inghilterra), accuratissimo e “inusuale” quanto si vuole, ma un poco “inerte”.

Ancor più netto fu il “rigetto” da parte dl pubblico, che ne decretò un inaspettato insuccesso di cassetta, con incassi molto lontani, non solo dalle aspettative, ma anche semplicemente dal ripagare  per lo meno i cospicui investimenti della produzione (circa 11 milioni di dollari). In realtà (e il tempo ha poi reso ampiamente giustizia alle straordinarie intuizioni registiche) si trattava invece ancora una volta di un’opera ambiziosa e intelligente che si poneva, sia pure con un’ottica e una procedura diversa da tutto quanto il  regista aveva realizzato in precedenza, ancora e sempre “nell’area del realismo fantastico kubrickiano”. Il procedimento adottato è complicato e problematico (ed esprime persino una posizione di “giudizio”  fortemente critica):  l’esposizione, tutt’altro che calligrafica, risulta di una durezza e una lucidità  difficilmente rintracciabili nel genere del film in costume (e già questa da sola sarebbe una novità di eccezionale portata). Complessa nei meccanismi narrativi e soprattutto nella sofisticata struttura visiva, la possiamo sicuramente definire un’opera di rottura per molti aspetti, un “intelligente” manufatto di multiformi valenze che dissimula sotto una patina di “apparente” freddezza quasi entomologica, una straordinaria capacita di “analisi comportamentale” (riferita all’ambiguità del suo protagonista) ed esplicita un impiego quasi sperimentale del mezzo utilizzato (il cinema), mediatore eccellente per descrivere poi, in ultima analisi e prioritariamente,  il “sottofondo” arrogante e prepotente di una società classista e violenta, che vuole tenere nascoste le proprie miserie  dietro  una maschera di “elegante perbenismo” pervaso di ipocrisia. Kubrick utilizza infatti preziose eredità culturali (letterarie e pittoriche) direttamente mutuate da quell’epoca lontana, modulando il racconto (la storia) attraverso le pagine del romanzo di Thackeray (del quale però capovolge persino la struttura narrativa: nella sua trasposizione in immagini, non ci sono infatti più tracce né di ironia, né di moralismo, ma bensì una “distaccata” esposizione dei fatti, ricorrendo per questo anche all’utilizzo di una voce narrante esterna che aumenta lo straniamento “critico”, e soprattutto facendolo diventare, con una straordinaria intuizione, anziché il “resoconto” in prima persona del protagonista incorniciato nel periodo storico di riferimento, una rappresentazione oggettiva dei fatti e del contesto che assume tutt’altra pregnanza.

Al di là del contenuto che è comunque densamente riflessivo, lo splendore formale della realizzazione è in ogni caso eccezionale, e i riferimenti visivi (tutti indirizzati verso la pittura di Hogarth, Gainsborought e Constable) mirabilmente “riprodotti” dalla superba fotografia di John Alcott realizzata utilizzando sempre e comunque luci naturali (anche per gli interni, illuminati semplicemente da candele e lumi ad olio come nella realtà dei tempi) utilizzando sofisticatissime lenti Zaiss (impiegate nella tecnologia spaziale) assolutamente meritevoli del premio Oscar vinto. Di analogo coinvolgimento (non solo decorativo) le scenografie, e soprattutto il supporto musicale, adattato e curato con la collaborazione competente di Leonard Rosemann, che utilizza “suoni” e partiture di Mozart, Paisiello, Federico il Grande, Bach, Haendel, e… persino di un compositore come Schubert, di molti anni successivo ai fatti narrati, cronologicamente parlando, ma significativamente aderente. Secondo Richard Combs, insomma, “Ciò che sopravvive e ci viene tramandato è il nocciolo narrativo e tematico della carriera di un avventuriero, l’immagine di un mondo visto evolversi attraverso l’ascesa e la caduta di questo giocatore, e viceversa, poiché in questa prospettiva immediata quanto rovesciabile, che è tipica di Kubrick, tutto il panorama colturale e storico non è altro che l’immagine – e il modo di coinvolgere il pubblico – della vita di un personaggio che si trasforma”…. E scusate se è poco!!!!!

 

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