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Arrival

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Arrival

di nickoftime
8 stelle
Si intitola “The Arrival" ma si legge Denis Villeneuve e questo non per togliere il merito agli altri partecipanti, tutti, dagli attori protagonisti Amy Adams, Jeremy Renner, al resto della squadra tecnica e artistica, decisivi  (come si ha modo di vedere negli extra presenti nella versione dvd e blu-ray appena uscita nei negozi italiani) nel contribuire alla riuscita del film, quanto piuttosto per sottolineare il rigore di uno sguardo - quello del regista canadese - capace di rimanere tale pur confrontandosi con il sistema produttivo delle grandi Major Hollywoodiane. Autore per vocazione, come dimostra la confezione d’essai delle primi lungometraggi, Villeneuve ha saputo trasformarsi in regista di cinema mainstream senza snaturare le caratteristiche del suo cinema ancora una volta messe a disposizione delle esistenze dei suoi personaggi le cui vicende, indipendentemente dal dispositivo (di genere e non che sia) procedono di pari passo con un indagine che riguarda tanto la realtà che l’individuo, inseguito e scandagliato nei suoi recessi più indicibili e misteriosi. 
 
Tendenze che “Arrival” conferma in primis nella figura di Louise Banks, la glottologa chiamata dagli stati maggiori dell’esercito americano a decifrare il linguaggio dei cosiddetti “eptapodi”, gli alieni apparsi dal nulla sui cieli degli Stati Uniti (e di altri 11 regioni del pianeta terra) di cui la donna deve cercare di scoprire le intenzioni. 
 
Se infatti la forma di “Arrival” è quella di una fantascienza declinata secondo i canoni stabiliti dal seminale “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, del capolavoro spielberghiano, quello di Villeneuve si tiene lo scenario apocalittico, la mobilitazione generale e l’empatia tra terrestri e non, convinto - come in effetti succede - che a fare la differenza sia non solo  la scelta di descrivere la vicenda attraverso gli occhi di Louise ma soprattutto il fatto di collegare lo scioglimento finale della storia, quello relativo ai tentativi di decifrare la lingua degli enigmatici visitatori, con la parte più intima della sua vita, interrogata dal personaggio interpretato dalla Adams attraverso flash forward e back forward in cui con struggente tenerezza Villeneuve ci fa rivivere il rapporto di una madre con la propria figlia (quella di Louise, segnata da un destino “gia scritto”). 
 
 
In questo modo “Arrival” si distacca dai normali lungometraggi di fantascienza per diventare anche e soprattutto la rappresentazione di un’intimità femminile. Sfuggendo, come già aveva fatto per “Sicario” con il tema della violenza, ai possibili eccessi emotivi derivati dalla presenza di un argomento forte come quello dell’amore assoluto (Louise infatti novella Maria di Nazareth accetta di mettere al mondo una bambina pur conoscendone il triste fato) Villeneuve restringe lo spazio dell’azione, sostituendo le scene di massa e i combattimenti interstellari con sequenze concentrate in ambienti ristretti (il tunnel dell’aeronave, le tende dell’accampamento militare) e privi di orizzonte che rendono come meglio non si potrebbe il processo interiore che porterà Louise a capire il senso dell’esistenza così come il significato dei codici alieni. Abbassando i costi a favore di una maggiore libertà creativa Villeneuve dimostra di essere pronto al grande salto che lo ha visto impegnato fino a qualche giorno fa sul set di seguito del mitico “Blade Runner 2049”, seguito del capolavoro firmato da Ridley Scott. Alla luce della qualità raggiunta con "Arrival" è impossibile non avere grandi aspettative. 
(icinemaniaci.blogspot.com)
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