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Il figlio di Saul

Regia di Laszlo Nemes vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Il figlio di Saul

di yume
10 stelle

Degno di stare accanto a Shoah di Lanzmann e a Nuit et brouillard di Resnais, Il figlio di Saul di Laszlo Nemes è un’opera che rispetta la memoria e onora i morti. Bisogna vederlo dopo aver seguito una sezione di Shoah, a circa metà film, là dove Lanzmann incontra Filip Müller, sopravvissuto alle cinque liquidazioni di Sonderkommando di Auschwitz

locandina

Il figlio di Saul (2015): locandina

 

Degno di stare accanto a Shoah di Lanzmann e a Nuit et brouillard di Resnais, Il figlio di Saul di

Laszlo Nemes è un’opera che rispetta la memoria e onora i morti.

Bisognerebbe vederlo dopo aver seguito una sezione di Shoah, a circa metà film, là dove Lanzmann incontra Filip Müller, sopravvissuto alle cinque liquidazioni di Sonderkommando di Auschwitz.

Riporto qui il frammento con quella testimonianza.

Sottolineo nel testo di Lanzmann le parole che, durante la visione del film di Nemes, tornano alla memoria in una singolare sovrapposizione che salda l’immagine filmica a quella mentale, altrettanto, e forse più forte, che le parole di Müller, solo le parole, incidono a imperitura memoria durante la visione di Shoah.

_____________________________________________________

//www.filmtv.it/post/2131/shoah-parte-quarta/#rfr:user-43940

 

“Quello che segue è il racconto integrale di Filip Müller.

Una sequenza di 23 minuti circa nel corso delle 9 ore e mezza di Shoah.

Nel film non è mai interrotto da domande, solo una volta Lanzmann sussurra “Impossibile” e un’altra “Terribile”.

Mentre la voce parla scorrono per alcuni minuti immagini di un mondo sotterraneo brulicante di corpi avvinghiati, contorti, è un Memoriale.

Poi la macchina esce all’esterno, sul campo coperto di neve sporca, il terreno è irregolare, sembra cosparso di macerie.

 

Filip Müller comincia a parlare:

Prima di ogni “trattamento col gas” le SS prendevano delle misure molto rigide.

Il crematorio era circondato da un cordone di SS e i loro uomini occupavano in gran numero il cortile con cani e mitragliatrici.

Sulla destra c’erano le scale che portavano allo spogliatoio sotterraneo.

A Birkenau c’erano quattro crematori, i crematori II e III e IV e V. I crematori II e III erano identici. Nei crematori II e III lo spogliatoio e la camere a gas si trovavano nel sotterraneo.

Un grande spogliatoio di circa 280 mq e una grande camera a gas dove si potevano gasare fino a 3000 persone alla volta.

I crematori IV e V contenevano tre camere a gas: la loro capacità globale era fra le 1800 e le 2000 persone al massimo.

Le persone, mentre si avvicinavano al crematorio, vedevano tutto… quella violenza terribile, il terreno interamente circondato da SS in armi, i cani che abbaiavano, le mitragliatrici.

 

Tutti sospettavano, soprattutto gli Ebrei polacchi. Erano certo animati da neri presentimenti.

Ma nessuno di loro, nei suoi incubi peggiori, avrebbe potuto immaginare che fra tre o quattro ore sarebbe stato ridotto in cenere.

Quando entravano nello spogliatoio appariva loro un vero e proprio Centro Internazionale d’Informazione.

Ai muri erano fissati dei ganci, ognuno dei quali portava un numero.

Sotto, delle panche di legno perché la gente potesse spogliarsi “più comodamente” come quelli dicevano.

E sui numerosi pilastri di sostegno di quello spogliatoio sotterraneo erano affissi slogan in tutte le lingue:

“Sii pulito”

“Morte ai pidocchi”

“Làvati”

“Verso la sala di disinfezione!

 

Tutte quelle scritte avevano l’unico scopo di attirare verso la camera a gas le persone già svestite.

E sulla sinistra, perpendicolarmente, la camera a gas, munita di una porta massiccia.

Nei crematori II e III le cosiddette “SS addette alla disinfezione” introducevano i cristalli di Zyclon dal soffitto e nei crematori IV e V da aperture laterali.

Con cinque o sei cassette di gas uccidevano 2000 persone.

Gli “addetti alla disinfezione” arrivavano con un veicolo segnato da una croce rossa e scortavano le colonne per far loro credere che li accompagnavano al bagno.

Ma in realtà la croce rossa non era che finzione; esse mascheravano le cassette di Zyclon B e i martelli per aprirle.

La morte per gas durava dai dieci ai quindici minuti.

Il momento più terribile era l’apertura delle camere a gas, quella visione intollerabile: le persone schiacciate come basalto, blocchi compatti di pietra.

Come crollavano fuori delle camere a gas!

L’ho visto parecchie volte ed era la cosa più penosa di tutte.

A questa non ci si abituava mai. Era impossibile”

 

“Impossibile”

 

“Sì, bisogna immaginare il gas, quando cominciava ad agire, si propagava dal basso verso l’alto.

E nella lotta spaventosa che allora si scatenava – perché era una lotta – nelle camere a gas toglievano la luce, era buio, non ci si vedeva, e i più forti volevano salire, salire più in alto.

Certamente sentivano che più si saliva meno mancava l’aria, meglio si poteva respirare.

Si scatenava una battaglia. E nello stesso tempo tutti si precipitavano verso la porta.

Era un fatto psicologico… la porta era lì, ci si avventavano, come per forzarla.

Irreprimibile istinto in quella lotta contro la morte.

Ed è per questo che i bambini e i più deboli, i vecchi, si trovavano sotto agli altri. E i più forti sopra.

In quella lotta di morte il padre non sapeva più che suo figlio era lì, sotto di lui.

E quando si aprivano le porte cadevano …. cadevano come un blocco di pietra … una valanga di grossi blocchi che cadono da un camion.

E dove era stato versati il Zyclon era vuoto. Evidentemente le vittime sentivano che in quel punto  Zyclon agiva di più.

Le persone erano … erano ferite, perché nel buio avveniva una mischia, si dibattevano, lottavano.

Sporchi, insozzati, sanguinanti dalle orecchie, dal naso.

Certe volte si notava pure che quelli che giacevano al suolo erano, a causa della pressione di altri, totalmente irriconoscibili…

I bambini avevano il cranio fracassato….”

 

“Terribile”

Sì, vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso … Anche sangue mestruale, forse, no forse, certamente.

C’era di tutto in quella lotta per la vita.

Quella lotta di morte. Era atroce da vedere. Ed era la cosa più difficile.

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Laszlo Nemes

Il figlio di Saul (2015): Laszlo Nemes

 

Saul, come il reale Filip Müller, è sonderkommando addetto alla rimozione dei cadaveri e alla pulizia delle camere a gas.

Un ragazzo sopravvive, Saul sente il suo rantolo, lo estrae dal cumulo di cadaveri e vorrebbe salvarlo.

Nulla come in un lager nazista dà l’idea dell’impossibile.

Il ragazzo, disteso su una lurida barella, viene auscultato dal medico e subito finito con pressione delle mani sul viso.

Saul assiste impotente ma riesce a trafugare il cadavere, vuol dargli degna sepoltura, è mizwà, dovere religioso dal valore profondamente umano che il popolo ebraico non dimentica neppure in mezzo al crepitare delle mitragliatrici e davanti alle fiamme dei forni.

Saul ha bisogno di un rabbino per recitare il Kaddish, dunque sarà suo impegno cercarlo fino alla fine, oltre ogni ragionevole e umano istinto di conservazione.

Quel ragazzo è suo figlio come lo sono tutti i figli di Israele e tutti i muti, anonimi corpi che vede sfilare nudi diretti alle docce.

E’ figlio di Saul perché è figlio di ognuno di noi.

La sua tomba sarà l’acqua, la placenta che tutto avvolge e rigenera.

L’ultima immagine di Saul è di un uomo che sorride.

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