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La mia vita da Zucchina

Regia di Claude Barras vedi scheda film

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Fanny Sally

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La recensione su La mia vita da Zucchina

di Fanny Sally
6 stelle

Semplice e malinconico racconto di formazione realizzato con la meticolosa tecnica artigianale della step motion, che riesce a trattare temi molto scabrosi e difficili con estrema delicatezza, pur presentando toni e argomenti più adatti ad un pubblico adulto che a dei bambini.

Il piccolo Icare, è buono, ubbidente e sognatore, anche se orfano di padre e cresciuto da una madre apatica e scorbutica che lo detesta, affogando i suoi dispiaceri nell’alcol e chiamandolo Zucchina. Un giorno, accidentalmente, il bambino causa un incidente fatale alla madre, e i servizi sociali intervengono portandolo in un orfanotrofio dove farà conoscenza con altri minori provenienti come lui da situazioni familiari difficili, ognuno dei quali reagisce ai traumi subiti in maniera differente. Pur avendo inizialmente difficoltà ad ambientarsi e  farsi accettare dagli altri in quanto ultimo arrivato, Zucchina a poco a poco, potendo contare anche sull’affetto di un poliziotto, scopre il valore dell’amicizia, e, dopo l’arrivo della dolce Camille, anche dell’amore.

 

I bambini protagonisti sono soggetti problematici, affetti da disturbi mentali più o meno evidenti, tutti caratterizzati con efficacia e sensibilità, senza sfociare nel lezioso, manca però una trama articolata e vivace, dotata di elementi e spunti che muovano le scene, le quali risultano quasi un susseguirsi didascalico di quadretti, spesso forzatamente poetici o inducenti alla commozione.

 

La narrazione è molto lenta, povera e scialba, e, per forza di cose, non offre veri momenti di divertimento o leggerezza, esclusa forse la speculazione ingenua dei ragazzini sulla sessualità, argomento a loro ancora astruso e quasi disgustoso. 

 

L'estetica è volutamente stilizzata e poco interessata sia al realismo che all'armonia dei tratti, così che i personaggi sembrano essere stati disegnati dalla matita di un bambino in età scolare.

 

Nonostante l'atmosfera mesta e a tratti perfino deprimente, ne esce fuori comunque un messaggio positivo di speranza per l’umanità, che resta una dote di poche persone, e una concezione contemporanea della famiglia, che non è necessariamente quella composta dalle figure genitoriali, ma può sussistere con altrettanta - se non maggiore - forza anche tra sconosciuti.

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