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Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Regia di Roy Andersson vedi scheda film

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La recensione su Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

di Peppe Comune
9 stelle

Sam (Nils Westblom) e Jonathan (Holger Andersson) sono due messi viaggiatori che trattano oggetti legati al "settore del divertimento". Si propongono di "aiutare la gente a divertirsi" e il pezzo "originale" che potrebbe rilanciarli nel lavoro è la maschera di Zio Dentone. Ma le vicende di Sam e Jonathan rappresentano solo un labile filo conduttore che tiene in qualche modo uniti tra di loro 39 piani sequenza che sembrano proiettarci in una galleria d'arte tra la pittura "dissociativa" di Magritte e quella carica di simbolismi di Peter Brueghel. Trentanove spaccati d'esistenza che ci restituiscono un'umanità stanca schiavizzata dalla sua stessa indeterminatezza. "Sono contento di sapere che state bene", si sente ripetere spesso con meccanica ripetitività. Si è come in attesa della soluzione finale.

 

scena

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza (2014): scena

 

"Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza" del regista svedese Roy Andersson rappresenta la parte conclusiva di una trilogia "sull'essere un essere umano" che comprende i precedenti "Canti dal secondo piano" e "You,the Living". É il carattere pittorico l'aspetto che mi ha subito colpito, credo infatti che il film sia costruito come se volesse trattarsi di un insieme di quadri che chiedono di essere ammirati in tutta la loro interezza stando attenti ad ogni più piccolo particolare in essi contenuto. I 39 piani sequenza che lo compongono hanno come filo conduttore il tentativo di rappresentare in chiave tragicomica la natura dialettica dell'esistenza umana, il fatto che possono trovarsi racchiusi in uno stesso insieme, l'amore e l'odio, la vita e la morte, il riso e il pianto, l'ordine e il caos, il caso e la ragione. I tre film seguono una precisa continuità filologica e se quest'ultimo si caratterizza per una più accentuata fissità delle immagini, in comune con gli altri due conserva la sensazione forte di trovarci di fronte ad un quadro umano letteralmente allo sbando, a delle persone confuse, disorientate, apatiche, incapaci finanche di rendersi padrone delle proprie azioni. L'unico valore riconosciuto sembra essere quello che fa perno intorno all'importarza capitale attribuita al denaro ; l'unico linguaggio condiviso quello che accomuna tutti gli uomini in prossimità della fine. In effetti, un percepibile senso di morte aleggia lungo tutta la trilogia attraverso una pluralità di segni indiziari che vanno dai simboli del nazismo, che appaiono quando uno meno se lo aspetta, alla comparsa di defunti che tornano dall'aldilà ("Canti dal secondo piano"), dai caccia bombardieri che sorvolono minacciosi la città ("You, the Living"), al colorito "cadaverico" dei personaggi. Segni che fanno dell'opera di Roy Andersson una sorta di danza macabra inscenata in nome e per conto di un'umanità ignara del suo destino. Ma il tutto arriva a risultare tutt'altro che pesante, perchè Roy Andersson immerge la sua opera in un distillato di intelligente ironia, riuscendo a strappare più di un sorriso al cospetto di situazioni drammatiche di vita vissuta portate fino al limite estremo del paradosso. Nel "Passero seduto su un ramo riflette sull'esistenza" è reso ancora più evidente lo schema teatrale della trilogia, con la macchina da presa ancora più immobile e con la vitalità dei personaggi resa ancora più precaria e claudicante. Per un teatro dell'assurdo in cui, nel mentre sembra si voglia chiarire sin da subito la presenza "necessaria" della falsità scenica, si intende sottolineare che quelli che vengono rappresentati in forma tragicomica sono comunque i nervi scoperti di un'umanità anemica in balia di un'irreversibile crisi d'identità. A confermare quanto scritto ci sarebbero, a mio avviso, soprattutto quelle sequenze che legano in una stessa unità spazio-temporale passato e presente, i personaggi di ieri con l'inazione dell'oggi. Come quando la comparsa improvvisa di un reggimento di soldati a cavallo, votato alla devozione acritica del proprio Re e all'arte di fare la guerra, viene avvertita dagli abituali avventori di un bar come se si trattasse della cosa più normale del mondo, senza il benchè minimo accenno di meraviglia che tradisca un effetto sorpresa, solo con apatica accondiscendenza : come l'effetto più immediato della perdita progressiva di ogni coordinata etica e sociale comunemente accettata e ragionevolmente condivisa. Come dimostra ulteriormente l'agghiacciante (ma sempre con un fare grottesco con Roy Andersson) sequenza che ritrae dei prigionieri negri essere condotti uno alla volta all'interno di un "sofisticatissimo" forno crematorio nel mentre un gruppo di vecchi avvizziti vestiti a festa osservano rapiti l'esecuzione delle operazioni, evidentemente compiaciuti per la "vittoria definitiva" del loro credo ideologico. Appaiono i segni tangibili di molti fatti concreti in questa sequenza carica di simboli : l'esperienza nazista, il retaggio coloniale e quindi l'etnocentrismo occidentale, l'uso deviante della tecnica rispetto all'esigenze reali delle persone, il potere "demoniaco" del denaro, il fascino ipnotico praticato dal male, l'incombere necessario della morte. Ovvero, la summa dela poetica di Roy Andersson il quale mostra di preferire la fissità dei campi stretti alla mobilità della macchina da presa, la reiterata meccanicità delle azioni alla spontanea elaborazione dei sentimenti, la verità di corpi decadenti all'ostentazione di cose effimere. Nel cinema di Roy Andersson all'immobilismo prodotto dalle immagini corrisponde l'immobilismo delle menti : ciò che toglie all'uomo la possibilità di mettere in pratica le sue più autentiche aspirazioni. Un cinema che riflette sulla crisi dell'umanesimo con garbata ed intelligente ironia. Grande cinema, viva Roy Andersson.     

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