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Escape Plan - Fuga dall'inferno

Regia di Mikael Håfström vedi scheda film

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La recensione su Escape Plan - Fuga dall'inferno

di nickoftime
4 stelle

 Campioni di un edonismo cinematografico che negli anni 80 voleva dire soprattutto esposizione di una fisicità muscolare ed apollinea, Sylvester Stallone ed Arnold Schwarzenegger mettono da parte egotismo e rivalità artistica per fronteggiare una criticità lavorativa che rischiava di escluderli dal giro che conta. Ed invece facendo leva su un pragmatismo che non è mai venuto meno – basterebbe pensare all’intelligenza dell’attore austriaco capace di riciclarsi ribaltando in chiave comica le caratteristiche di una fisiognomica prestata alle forme di una violenza iperreale ed anche drammatica – i due divi si ripresentano adottando una formula, quella del “paghi uno prendi due“, in grado di soddisfare diverse esigenze: la più importante, di ordine economico, permetteva di garantire un riscontro al botteghino che Stallone aveva già avuto modo di apprezzare risorgendo definitivamente grazie al team di super duri riunito e proposto nel dittico di "Expendables". La seconda invece, legata all’immaginario cinematografico delle due star, consentiva al film in questione di tentare lo stesso tipo di operazione compiuta da Michael Mann in "Heat – La sfida", capace di far recitare insieme e per la prima volta Robert De Niro e Al Pacino, due attori che alla pari dei “nostri” si erano distinti per frequentazione parallele in termini di storie e di personaggi. E’ con queste premesse che arriva sugli schermi italiani questo prison movie diretto da quel Mikael Hafstrom, regista svedese già distintosi per due film americani come "1408" e "Il rito" pienamente calati nelle dinamiche del genere e della spettacolarità.

In questo caso si trattava di narrare le gesta di Ray Breslin, esperto di sicurezza delle strutture carcerarie che si guadagna da vivere testando la bontà di quei dispositivi attraverso evasioni dimostrative. La routine lautamente ricompensata si trasforma in un incubo quando Ray, imprigionato in un carcere innovativo ed ipertecnologico soprannominato La tomba, diventa oggetto di una cospirazione che lo vuole eliminare. Solo e senza alcun tipo di salvataggio, Ray si ritroverà ad affrontare una cattiveria di proporzioni disumane e la persecuzione di un aguzzino crudele e senza scrupoli. A supportarne la ribellione e l’eventuale piano di fuga Emil Rottmayer, detenuto dal passato misterioso ed abituato a misurarsi con le difficoltà dell’ambiente.

Costruito su un paradosso narrativo – Ray è un uomo senza alcuna colpa ma di fatto passa la maggior parte del tempo dietro le sbarre – e concentrato in un ambiente, “La tomba”, destinato per peculiarità strutturali a diventare uno dei protagonisti del film (concepita come un enorme ventre di metallo ed acciaio, la prigione non offre alcun punto di riferimento rispetto al mondo esterno) il film dovrebbe avere due certezze: il mestiere degli interpreti- oltre a quelli già citati vale la pena ricordare Jim Caviziel nel ruolo dell’infernale direttore – impegnati a sconfessare l’usura del tempo proponendosi ancora una volta come “corpi” spettacolari ed efficenti, ma soprattutto una sceneggiatura in grado di assicurare il rispetto dei codici di genere, che nel caso di un film carcerario prevedono innanzitutto la credibilità del piano d’evasione, e poi la verosimiglianza delle dinamiche relazionali necessarie a ricreare il microcosmo d’umanità e di situazioni capaci di bilanciare il surplus di bigger than life ascrivibile alle particolare condizioni del presupposto detentivo. Da questo punto di vista questa lavorazione risulta quasi dimezzata, perchè se è vero che Stallone e Schwarzenegger soddisfano le aspettative con un impegno extra large, così non succede per la scrittura, incapace di suscitare tensione per la mancanza di ritmo a cui la costringe la volontà di infiocchettare ogni snodo del film, anche quello più semplice e lineare con un eccesso verbale di enfasi e spiegazioni che dovrebbe favorire la fruibilità e finisce invece per togliere emozione e coinvolgimento. In aggiunta ci sono poi i presupposti di un’amicizia, quella tra Ray ed Emil, fin troppo programmatica, e sancita con una facilità ed una mancanza di iniziale diffidenza che invece sarebbe auspicabile in una storia di tradimenti e doppi giochi come quelli che il film ci presenta a più riprese nel corso della narrazione. Al contrario il regista spinge l’acceleratore su una normalizzazione che annulla sfumature ed appiattisce psicologie per lasciare campo libero ai fuochi d’artificio e alle piroette balistiche, esibite, quelle si, con dovizia di particolari e per tutto il tempo necessario. A salvarsi in senso metaforico e non, sono solo loro, i due inossidabili campioni, Sly e Schwarzy, credibili e mai patetici. In buone mani la loro è una carriera ancora spendibile sotto molti punti di vista.
(amazingcinema.it)

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