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Paradiso amaro

Regia di Alexander Payne vedi scheda film

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La recensione su Paradiso amaro

di mc 5
8 stelle

Gli ultimi film che ho avuto modo di vedere, pur nella loro assoluta diversità, avevano la caratteristica comune di eccitare gli animi (ACAB con le sue scariche di adrenalina, Mission Impossible con la concitazione dell'action, Millennium con la profondità disturbante del noir, e perfino Hugo Cabret che accendeva la fantasia di uno sguardo bambino). Ed ora ecco che arriva sugli schermi questo "Paradiso amaro" che pare proporsi, al contrario, in una veste pacata, riflessiva, dai toni bassi e dai colori appena accennati. Tanto che avevo la sensazione che il film avrebbe suscitato relativo interesse, senza smuovere grandi entusiasmi, avendone io recepito la promozione in una chiave vagamente dimessa, quasi sottotono. E invece la realtà è che le reazioni dei critici sono state ottime e il film è ora candidato a ben 5 oscar. Ma per evitare d'esser frainteso, vorrei chiarire che la pellicola in questione è tutt'altro che piatta o noiosa. Diciamo, questo sì, che si segue senza nessuno scossone, senza snodi narrativi che possano turbare, e questo è rispecchiato nella pacatissima voce fuori campo del protagonista che si racconta in prima persona, venata di dolente riflessiva malinconìa. Lo dirò brutalmente, spiegando poi subito dopo che non si tratta di critica negativa: in questa vicenda, posto un evento grave di partenza, dopo fino alla fine non succede più nulla di significativo. O meglio, succede una sola cosa, ma possiamo affermare che tutto il film verte sull'attesa di questo che poi non è un vero snodo narrativo, ma un evento necessario e inevitabile, a lungo immaginato e rincorso dalla famigliola protagonista. Si tratta di un incontro importante, che ha il sapore di una resa dei conti tra due esseri umani, in fondo entrambi perdenti. Ma è opportuno aggiungere che tale assenza di eventi non rende affatto noioso il film, anzi. Diciamo che la maestria di Alexander Payne, regista peraltro avvezzo ad intelligenti commedie agrodolci e ad un cinema mai eccessivo, sta proprio nel rendere interessante una storia che, ma solo teoricamente, avrebbe potuto naufragare verso una deriva noiosa, e invece si segue con grande piacere. Egli ci permette di riconoscerci nelle emozioni di questo protagonista cui il destino ha collocato improvvisamente sul percorso di una vita (apparentemente) serena, un macigno pesantissimo che lo obbligherà a ripensare il senso della propria esistenza. Dunque un uomo in crisi conclamata, che prova di darsi coraggio e di andare avanti, e che cerca con qualche difficoltà un appoggio nelle due giovani figlie, entrambe cresciute in modo decisamente disordinato, come quasi sempre accade in quei nuclei famigliari dove il padre brilla per assenza, troppo assorbito dai problemi del lavoro (in questo caso un brillante avvocato). Ma prima di tornare alla vicenda e ai suoi protagonisti, sento il bisogno di un paio di considerazioni. I colori tenui del racconto, un vago parlarsi addosso, un certo crogiuolarsi nei sentimenti più umani e dolenti, una tendenza al rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere "se", questi e molti altri indizi mi hanno consegnato un film dal sapore noto, quel retrogusto amarognolo che contraddistingue un classico prodotto "da Sundance". Io non so se questa pellicola è transitata nelle sale del celebre festival curato da Robert Redford, ma sono convinto che vi avrebbe fatto un figurone. Vicenda famigliare dolorosa, tante parole e tanti sguardi, qualche silenzio, sentimenti che ricompongono situazioni deteriorate, in un finale dove gli affetti ripianano i dissidi con la forza salvifica del perdono. Tutti elementi, questi ultimi, più che ricorrenti nelle consuete opere in "stile Sundance". Però questa volta nella loro forma più alta, perchè sappiamo bene che le pellicole da Sundance sono spesso a rischio di minimalismo, mentre qua Payne riesce a non far mai scadere l'opera nel clichè del luogo comune e del già visto, in gran parte grazie ad un Clooney in forma smagliante che ci offre una prova formidabile, restituendoci un personaggio sufficientemente vivace al posto di un altro che avrebbe potuto rischiare di apparire monocorde. Ma a questo punto mi devo liberare di un pensiero ingombrante. E non si tratta di un dettaglio, visto che mi riferisco allo sfondo stesso della vicenda, la sua ambientazione, che per me è un problema. Va detto che lo sfondo su cui si dipana la sceneggiatura è quello delle isole Hawaii, una realtà lontanissima, almeno per quanto mi riguarda, perlomeno sicuramente in ambito cinematografico molto poco frequentata. E di questo Payne è talmente consapevole da far esordire Clooney nei primi minuti in una filippica tendente a sfatare ogni luogo comune su chi alle Hawaii ci vive e ci lavora. George in pratica ci dice che chi in quelle isole ci abita conduce una vita normale...e non è che passa le sue giornate tra ghirlande floreali e tavole da surf. Nessuno di noi ne dubita, ma resta tuttavia il fatto che le Hawaii che noi conosciamo sono declinate (direi esclusivamente) in chiave folkloristico-vacanziera. In proposito, mi son fatto l'idea (assolte le debite proporzioni) che è un pò come se un avvocato di Courmayeur dicesse "io vivo la mia quotidianità normalmente, non è che spendo il mio tempo tra campi da sci e locali per ricchi". Sono consapevole che i miei ragionamenti naif peccano forse di provincialismo, ma una cosa è certa: questo film ci apre uno squarcio di conoscenza su una realtà di cui ben pochi di noi europei sono consapevoli, quella di chi alle Hawaii ci lavora, si sposa, si innamora, fa dei figli, elabora dei lutti, insomma le cose della vita. E aggiungo un dettaglio, con l'evidente scopo di sdrammatizzare un discorso sul quale rischiavo di incartarmi: gli hawaiiani hanno una sfortuna in più, quella di affidare la colonna sonora delle proprie giornate ad una musica che personalmente trovo insopportabile. E nel film, infatti, è tutto un dilagare di terribili nenie dove l'ukulele accompagna gorgheggi noiosi e monocordi. Ma torniamo al cuore della nostra vicenda, peraltro talmente semplice da poter essere riassunta agevolmente. Matt King (Clooney) è un avvocato che per anni gli impegni di lavoro hanno sottratto alle normali funzioni di padre e marito. Lui, talmente preso dalle sue cose, non è mai riuscito a cogliere che in questo modo la solidità della famiglia (moglie e due ragazzine) andava deteriorandosi. La figlia piccola è cresciuta sviluppando una personalità asai confusa, mentre quella grande (peggio) ha maturato un mix di rabbia e di orgoglio che la sta condannando all'infelicità. Quanto alla moglie, essa cede alle insistenze di un corteggiatore e ne diviene l'amante. Solo che quando lei, come fulmine a ciel sereno, ha un incidente ed entra in coma irreversibile, Matt apre gli occhi nel modo più drammatico possibile e si sente (come ognuno può intuire) crollare il mondo addosso. Ecco questa è soltanto la partenza del film. Quel che segue sono essenzialmente due cose: 1) le continue schermaglie verbali tra il protagonista e la grintosa figlia maggiore  2) una volta che emerge il "dettaglio" della frequentazione clandestina della moglie il film si trasforma in una specie di road movie dove Clooney & figlie seguono la pista dell'amante misterioso. Finchè, una sera, i due uomini finalmente s'incontrano. E ovviamente non svelerò in quali circostanze e con quale esito finale. Ribadisco un concetto già enunciato. Si tratta di uno script non particolarmente originale, ma ci sono almeno due elementi che contribuiscono a valorizzarlo. Prima di tutto lo sfondo, quasi inedito. Ma soprattutto merito di Payne è quello di riuscire ad appassionare il pubblico nei confronti di una storia raccontata utilizzando toni pacati, quasi sussurrati. Con una avvertenza: il meccanismo che conduce alla riconciliazione finale tra padre e figlia conta su un onesto percorso affettivo che evita ricatti emotivi e buonismi da tavolino. Accennavo ad un Clooney in splendida forma, e non è un caso la sua candidatura all'oscar come miglior protagonista. Forse sono di parte, essendone da sempre un fan, ma credo che oggettivamente questa sia una delle sue prove migliori. E non posso tacere del curioso effetto prodotto dalla visione del nostro George che percorre tutto il film in ciabatte e calzoncini corti. Il che, unito al ruolo dolente qui rappresentato, ce lo fa apparire umano e vulnerabile come mai lo avevamo visto prima. Citazione per Shailene Woodley, perfetta e vibrante nel ruolo della figlia problematica. E segnalazione doverosa per un very special guest come Beau Bridges, veterano di lusso. Che altro dire? Un film tranquillo. Un film di sentimenti. Diretto con mano felice, scritto ed interpretato con cura. Nulla di clamoroso o memorabile. Ma discreto prodotto che assolve alla funzione di intrattenere con 110 minuti di benefica malinconia.
Voto: 9

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