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L'emigrante

Regia di Youssef Chahine vedi scheda film

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La recensione su L'emigrante

di sasso67
10 stelle

Al centro dell'Emigrante c'è il rapporto tra l'uomo e Dio, ma anche il tema dei legami familiari, d'amore, d'amicizia e di lealtà tra le persone, narrati da Chahine sul filo della storia biblica di Giuseppe e i suoi fratelli.
Formalmente, il film, che si muove tra i toni gialli del deserto assolato e la luce fioca dei palazzi faraonici, ricorda i classici ambientati nell'antico Egitto, a cominciare dal bellissimo Il faraone di Kawalerowicz, ma Chahine sa metterci una tensione spirituale tutta sua, creando un pantheon totalmente alla mercé degli umori umani, come dimostra la vicenda di Simihit, la sacerdotessa di Amon, moglie di Amihar, capo delle guardie del faraone. Simihit era una principessa straniera, di un popolo vinto dagli egiziani, prigioniera di guerra e condannata a morte, che era stata salvata dall'intervento del capo delle guardie, il quale se ne era innamorato e l'aveva sposata. Quest'ultimo, però, è un eunuco e, per quanto innamorato, non ha mai potuto soddisfare la moglie in quanto donna, la quale, per parte sua, sfoga la frustrazione sobillando in segreto una sorta di voltafaccia politico/religioso (rivolto soprattutto contro il viscido funzionario Houri), abbandonando il culto d'origine tebana del dio Amon in favore della divinità solare Aton, in una specie di rivoluzione monoteista (che probabilmente gli ebrei del Genesi vollero vedere come un frutto dell'influenza esercitata da Giuseppe alla corte del faraone Amenofi IV/Akhenaton). In questo contesto si inserisce il personaggio di Ram, pastore straniero, di religione ebraica (anche se non si dice esplicitamente né si vede mai il ragazzo intento a pregare, ma solo una volta parla di sua madre morta che adesso «è vicina all'unico vero Dio»), alto e moro - come lo definisce la sacerdotessa - giunto in Egitto come schiavo, ma deciso ad imparare i segreti dell'agricoltura. Di lui la principessa Simihit s'innamora, scatenando la silenziosa gelosia del marito Amihar, uno dei personaggi più belli del cinema degli ultimi vent'anni.
Ram, tuttavia, riesce a conciliare la sua sete di conoscenza, l'amore della giovane Hati, quello per il vecchio padre rimasto a casa (un intensissimo Michel Piccoli, assai più bravo che in Habemus Papam) e per il fratello Salem, nonché la lealtà verso l'eunuco Amihar, formalmente il suo padrone, del quale rispetta il sentimento d'amore inappagabile verso la bellissima Simihit; ma il giovane Ram sa anche dominare l'attrazione fisica per quest'ultima e il desiderio di vendetta nei confronti dei fratelli più grandi che avevano voluto sbarazzarsi di lui.

Ma Ram, in analogia con l'atteggiamento agnostico del regista, tende sempre alla terra, più che verso il cielo: nel coltivare l'arida sabbia del deserto, non aspetta la pioggia, ma va a cercarsi un ruscello e ne convoglia le acque attraverso un rudimentale ma efficace sistema di tubazioni. Ram è un uomo moderno, perché aspira alla conoscenza e in questo senso è un precursore dell'Averroè del Destino (il film di Chahine immediatamente successivo all'Emigrante), in quanto integra la conoscenza e la ragione con la fede "nell'unico vero Dio" - e in questo somiglia davvero da vicino allo stesso regista - anche perché di "unico vero Dio" ciascuno ha il proprio, come sembra dimostrare la controversia tra i seguaci di Amon e quelli di Aton.

A mio parere L'emigrante è un film totale, per il suo ampio respiro e per le notazioni continue e minuziose che Chahine dissemina per ogni dove, dalle minisequenze comiche (per esempio quando Ram sviene alla vista del procedimento di mummificazione) agli accenni, che non sono infrequenti nei film del regista egiziano, all'omosessualità (qui nel personaggio dello scultore, costretto a correggere a colpi di scalpello i rilievi riferiti al decaduto dio Amon). E poi ci sono i momenti di intensa, quasi insostenibile, emozione, come nell'addio di Ram ad Amihar o nel suo incontro con il giovane fratello Salem prima e con il vecchio padre Adam, alla fine.

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