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Last Night

Regia di Massy Tadjedin vedi scheda film

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La recensione su Last Night

di AlexPortman80
8 stelle

Voto: 8/10. Un convincente debutto dietro la macchina da presa quello della regista Massy Tadjedin (già sceneggiatrice, fra l’altro, dell’interessante e sottovalutato “The Jacket” sempre con Keira Knightley) col quale è stata inaugurata la quinta edizione del Festival di Roma. Una scelta, quella di affidare l’apertura ad una esordiente, sulla carta sicuramente rischiosa ma, suppongo, motivata dal cast attraente (patinato, direbbe qualcuno): richiamo che, a conti fatti, non si è concretizzato, causa annullamento della passerella così come era stata programmata. E così di questo film trovo si sia parlato poco (mai prima d’ora, almeno per i festival italiani, una tale penuria di informazioni/recensioni per un’inaugurazione) e male, quasi all’unanimità. Invece la visione di “Last night” (non l’ultima notte bensì la scorsa, sempre che la fonte sia attendibile) vale il prezzo del biglietto. Non posso certo decantare l’originalità del soggetto: la storia di una giovane coppia sposata di New York e delle relative tentazioni amorose, di lei (Keira Knightley) con un ex (Guillaume Canet) che rivede dopo un paio d’anni e di lui (Sam Worthington)) con una nuova avvenente collega (Eva Mendes) con la quale si trova ad un convegno a Philadelphia. Tutto in 36 ore circa, soprattutto in due notti. Ma questo per me non ha mai rappresentato un problema (come in ambito musicale le note sono 7, dipende come sono messe insieme). In questo caso, la confezione è elegante, raffinata e i quattro personaggi principali sono seguiti sempre a distanza ravvicinata, con la mdp spesso sui loro volti e attenta a seguire tormenti e dubbi, passioni e sentimenti. L’intimità è più negli sguardi e nelle parole che in senso stretto, in camera da letto (o in piscina, ma non è certo la sequenza più memorabile): questa loquacità può essere scambiata da alcuni per noia, ma, nonostante un ritmo non certo frenetico (non stiamo parlando di un film alla M. Bay), l’attenzione verso quello che accade davanti a noi non scema mai sotto il livello di guardia e la durata di 90 minuti tondi aiuta. Pur senza picchi stratosferici, la messa in scena è fluida e non scolastica, usando a proprio favore gli ambienti, soprattutto gli interni, e con una serie di stacchi efficaci (come durante una telefonata). Ad avermi affascinato sono anche la fotografia “soffusa” di Peter Deming che restituisce una magnifica New York notturna (raramente siamo in pieno giorno, più spesso fra l’alba e il tramonto, in interni immersi nella penombra, in taxi) e le musiche di Clint Mansel (Black Swan, The Wrestler, Moon), quasi sempre presenti ma in punta di piedi (tranne forse in apertura, quando sembrano sovrapporsi alle voci, come a significare che ci stiamo addentrando nelle vite, in corso, di persone come le altre, in un giorno qualsiasi), aspetti che mi hanno ricordato parte delle atmosfere di “Lost in translation”, pur senza raggiungerne il livello. Da segnalare anche i costumi di Ann Roth (Invito a cena con delitto, Closer, The Village, Mamma mia, Cold Mountain, Il dubbio…). Due parole sul cast, che sicuramente riveste un ruolo centrale: a dispetto delle critiche su altri aspetti della pellicola, ho letto da più parti che è ben assortito ed interessante, con un poker di giovani attori promettenti ecc ecc. Mah, in realtà funziona a metà: pollice su per la Knightley, che vola a 1 metro da terra (e sopra gli altri), e Canet, pollice verso per Mendes e Worthington: quando si passa dalla prima alla seconda coppia, l’alchimia si fa a far benedire e sembra di essere in una sala del museo egizio di Torino.

Su Sam Worthington

Worthington crede evidentemente di essere ancora su Pandora: avessero preso il suo avatar anche in questa pellicola forse avrebbe recitato meglio, anzi recitato. Sarei prudente su questa “nuova promessa” del cinema mondiale: nel quartetto dei protagonisti è il peggiore, semplicemente perché ha la stessa faccia dall’inizio alla fine, assolutamente immobile, non riuscendo a trasmettere assolutamente nulla allo spettatore.

Su Keira Knightley

Si conferma attrice di grande talento, nonostante riconosca che a sud delle Alpi non possieda molti adepti. Di gran lunga la migliore, ha un carisma che gli altri non possiedono. La sua Joanna è una giovane moglie, affascinante ma insicura, tormentata da dubbi ed interrogativi, sia sul lavoro che, soprattutto, nella vita privata: la Knightley, con la sua mimica, rende bene questa “timidezza”, soprattutto interiore, non giocando mai a fare la diva, la donna irraggiungibile. Tranne forse per i vestiti che ha a disposizione! Leggiadra ed elegantissima, che sia in tuta per strada, in canottiera in cucina o fasciata in un lungo abito da sera, mise che non raggiungerà l’abito verde di “Espiazione” ma che non passa certo inosservato.

Su Eva Mendes

La Mendes fa quello che può ma francamente non è molto: più che altro la sua performance sembra una fotocopia di alcune sue precedenti (penso a “The women”) con la cartuccia via via in esaurimento.

Su Guillaume Canet

Buona l’interpretazione dell’attore francese in una coproduzione internazionale: vorrei odiarlo per essere stato prima sposato con Diane Kruger ora fidanzato con Marion Cotillard ma sorvolo. Cerca di non strafare restituendo un personaggio mai sopra le righe in cui potersi identificare.

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