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Storie di fantasmi

Regia di Masaki Kobayashi vedi scheda film

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La recensione su Storie di fantasmi

di OGM
10 stelle

Capelli neri

Il fantasma è l’immaginazione che rimane viva quando tutto il resto è morto. La casa di Kyoto è come un teatro abbandonato, che si impolvera e decade se non c’è la presenza delle passioni umane a mantenerlo in vita. Al tempo stesso, è una metafora della coscienza, inaridita dall’egoismo e mortificata dal rimorso, per la quale l’irreversibilità del tempo è come una ventata gelida e sferzante, che strappa via la bellezza e la gioventù. La maschera del mondo senza amore è coperta di una grigia pelle di cadavere; il corpo del samurai si sfalda e torna alla terra, di fronte allo spettacolo del male che ha causato. Resta viva solo la chioma corvina della donna che egli ha amato e poi abbandonato: un mostro nero e serpeggiante che lo prende alla gola, come l’ossessione strisciante e strangolatrice dell’angoscia.

La donna della neve

Fantasma è dunque anche la coscienza, un’entità impalpabile che è controllore e giudice della nostra fedeltà alla parola data. La violazione di una promessa fatta in cambio della vita è una leggerezza in cui l’ingratitudine si somma al tradimento. Per Minokichi, la giusta punizione, inflittagli dalla “donna della neve”, è la condanna ad essere per sempre marito e padre nella solitudine,  privato dell’amore coniugale, e costretto a farsi interamente carico del gravoso impegno di crescere tre figli.

Hoichi-senza-orecchie

Se fantasma è il valore del passato che non va dimenticato, fantasma è allora anche la leggenda, con il suo carattere un po’ ingenuo, che dipinge, con tratti semplici e colori accesi, le mitiche storie di eroi uccisi in battaglia o immolatisi per una causa nobile.  I templi sarebbero luoghi desolati, se non fossero abitati dalle anime dei morti e degli dèi, in cui è racchiuso il mistero delle nostre origini, e quindi il senso del nostro esistere. Il monaco cieco, che obbedisce agli ordini di uno spettro, ci rammenta che ogni  fede o credenza è cecità, e nulla ci domina con maggiore forza di ciò che non vediamo. D’altronde è il ricordo che sopravvive oltre la morte a spingerci verso la trascendenza, ossia verso quella dimensione in cui c’è luce anche nel buio, e che anche nell’assenza e nella perdita ci fa sentire amati ed assistiti. 

In una tazza di tè

La conclusione è che i fantasmi sono reali, perché, pur rifiutando l’idea di un aldilà, li si può comunque assimilare alle ombre dei frammenti di vita conservati nella mente. Fantasma dei fantasmi è invece la traccia evanescente di ciò che non si è potuto salvare dall’oblio: è la memoria negata, ciò che è stato pensato ma non scritto, come il finale di un racconto che, per un motivo ignoto, è rimasto incompiuto. La sua essenza rimane, in eterno, inarrivabile e nascosta, come uno spirito ingoiato dal suo autore, che muore insieme col suo corpo, e finisce disperso nelle acque. 

 

In questi quattro storie di fantasmi, l’elemento fantastico è portatore di inquietudine, ed è ad esso che Kobayashi  affida il ruolo di ribelle rispetto agli schemi preordinati. Lo spettro è l’essere che reca lo scompiglio in un mondo fermo nella tradizione ed irrigidito nelle regole, insinuando dubbi e creando ossessioni. L’uomo è tutt’uno con la calma e sobria geometria del suo ambiente fino a che non arriva l’elemento anomalo a scardinarne le certezze ed a sconvolgerne la rituale compostezza. La poesia orientale è pura estetica fintanto che è un raffinato studio di equilibrio ed eleganza; tuttavia, solo nell’impeto dell’horror si colma di emozioni laceranti. La furiosa lotta dell’uomo con l’incontrollabile parto della propria fantasia percorre il vertiginoso dislivello tra l’empireo e gli inferi,  e per questo è un dramma dotato di profondità morale e spessore letterario. A vivere, sul grande schermo, è ancora un volta la tenebra di una nuova libertà, che, camminando verso il futuro, smuove le muscose zolle di un terreno rimasto per millenni senza sole.

 

 

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