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Hachiko. Il tuo migliore amico

Regia di Lasse Hallström vedi scheda film

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La recensione su Hachiko. Il tuo migliore amico

di giurista81
6 stelle

Il due volte candidato all'Oscar Lasse Hallstrom per i film La mia Vita a Quattro Zampe (1985)  e Le Regole della Casa del Sidro (1999), noto per aver preso l'abbrivio dirigendo i video clip degli Abba e per la regia del film Chocolat (2000), va sul sicuro con questo prodotto dal vago retrogusto londoniano. Il riferimento va, ovviamente, a Jack London e alla misteriosa alchimia che viene a crearsi tra l'uomo e il cane. A contrario di quanto si possa pensare è il secondo a scegliere il primo e non il padrone a scegliere il cane, almeno questo si è soliti dire. L'opera di Hallstrom, per giunta ispirata da un caso di cronaca vera giapponese (ma casi del genere si sono registrati di recente anche in Italia e sono tutt'altro che rari) già portato in scena nel 1987 da Seijiro Koyama, è tutta giocata sul rapporto tra un cane di razza Akita e un professore di musica interpretato da Richard Gere (che è anche il produttore per la Inferno Distribution). Così vediamo il piccolo Hachi (letteralmente Otto) fin dalla sua nascita, in Giappone, e durante la sua spedizione negli Stati Uniti per essere destinato a una famiglia che non lo abbraccerà mai, perché si strappa il foglio dell'indirizzo rendendolo non più assegnabile essendo scomparse le generalità di cui all'indirizzo. In aggiunta, il facchino che lo sta portato a destinazione perde il pacco e il cane si da alla fuga in una piccola stazione americana. Sarà raccolto da un professore che, non riuscendolo ad associare a un padrone, lo terrà sotto la propria ala protettrice. Si instaura così un rapporto che va oltre al semplice rapporto cane e padrone, un qualcosa che resisterà negli anni, persino molti anni dopo l'improvvisa morte del proprietario. Il cane scapperà in continuazione dalla propria abitazione, tanto che alla fine la figlia del padrone deciderà di lasciarlo libero. Macinerà persino chilometri su chilometri pur di arrestarsi laggiù dove era solito attendere ogni giorno il ritorno del padrone ovvero davanti alla stazione. L'abitudine e la costanza lo renderanno una mascotte della stazione, pur se una mascotte triste e melodrammatica. I commercianti  della zona lo adotteranno come un amico di lungo corso, dondandogli pacche e cibo. Farà tenerezza a tutti. Persino i giornalisti gli dedicheranno un lungo articolo e, infine, ci sarà chi ergerà una statua in suo onore. Hallstrom cerca e trova la lacrimuccia, specie guardando al pubblico giovanile e femminile. Il film commuove pur non inventandosi niente sul versante della sceneggiatura. Opera dunque classica che Hallstrom cerca di modernizzare sul versante del linguaggio cinematografico, offrendo soggettive del cane e cercando di far emergere un'intelligenza ultrasensoriale dell'animale superiore alla nostra (il cane anticipa persino la morte del padrone, ma questo non lo capisce; eloquente il dialogo tra Gere e Tagawa, il cattivone di Mortal Kombat, relativo alla pallina da riporto che l'animale non si ostina a riportare indietro se non in occasione dell'evento speciale: quello dell'ultimo incontro tra i due, in una sorta di ultimo regalo). Finale tristissimo, specie quando vediamo Hachi tuto mogio, rifiutare il cibo e disinteressarsi a tutto, meno a quella porta della stazione che non si apre mai o quanto meno non si apre per effetto della spinta dell'uomo atteso (quello che popolerà solo i sogni dell'animale). Momento clou è una delle ultime sequenze quando, a distanza di dieci anni dalla morte del proprietario, la moglie di quest'ultimo tornerà al paese d'origine e troverà il vecchio Hachi ancora lì, imperterrito, ad attendere l'arrivo di chi non potrà più incontrare in questa vita. "Che ne dici se aspettiamo il prossimo treno insieme?" Impossibile non scorgere le lacrimucce in platea.

Una visione che rende inevitabile il rimando e il confronto con i vari L'Orso (1988) di Annaud, Zanna BiancaIl Richiamo della Foresta, Belle & Sebastien e via dicendo. 

Buona la musica e la fotografia. In particolare si nota un discreto contrasto di luci che rendono alcune inquadrature da cartolina. Nel complesso è un film onesto, pur se furbetto, con una sceneggiatura essenziale che cerca persino di andare oltre al rapporto di amicizia tra uomo e cane, con alcuni riferimenti trascendenti che, tuttavia, non vengono sviluppati restando meramente abbozzati. Consigliato per una visione di famiglia con i piccini in prima fila, magari davanti al focolare in pieno inverno (gli alberelli di natale suggeriscono un'uscita dicembrina) con un amico a quattro zampe in collo o in vostra compagnia, proprio come erano soliti fare i due protagonisti del film.

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