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Il padre dei miei figli

Regia di Mia Hansen-Løve vedi scheda film

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La recensione su Il padre dei miei figli

di lao
8 stelle

Se mancasse la corrente elettrica, abitassimo a lume di candela in città senza lampioni,  la sera alzeremmo gli occhi a contemplare  anziché la TV gli spettacolari itinerari delle stelle, fantasticheremmo e sogneremmo di più e ci accorgeremmo  di quanto sia farmaco indispensabile alla salute interiore lo stimolo dell'arte nonché l'azione di chi si adopera perchè noi possiamo fruirne liberamente. L'utopia però è  solo l’ incidente di un istante dovuto a un black out  e ben presto le cose riprendono l'aspetto consueto: in "Il padre dei miei figli", omaggio della regista Hansen-Løve al produttore mito del cinema francese Balsan suicidatosi sull’orlo del fallimento nel 2005, la sequenza in cui Parigi sprofonda per qualche minuto nel buio non è una parentesi esornativa, ma è un cono d’ombra gettato su  quanto ci viene raccontato. La cronaca sobria degli ultimi tormentati giorni di Grégoire ( nella realtà si chiamava Humbert), fra pressanti questioni economiche e serena pause in famiglie, lascia appena intravedere il baratro in cui si lascia sprofondare l'imprenditore e di quell’oscurità impenetrabile il lungometraggio rifiuta una lettura univoca: Grégoire si tiene la pistola in tasca per lasciarsi, al modo di un  antico filosofo stoico, la libertà di scegliere fra una vita da schiavo della tirannia del mercato e poi in un momento di follia la usa, come pensa la moglie, oppure rinuncia alla lotta per viltà ed egoismo, come pensa la figlia maggiore, o ancora perché sconfitto dalla depressione e per altri motivi legati al passato? La pellicola attenendosi sulla questione a una  rispettosa sospensione del giudizio, estrapola  dalla tragedia esclusivamente la componente in cui il privato di Grégoire si interseca ed entra in conflitto  con il suo ruolo, fallimentare sul piano finanziario, di seducente mecenate di grandi cineasti. Allora il buio che inghiotte Grégoire e i suoi fedeli familiari  è il medesimo di quando in sala si spengono le luci e lo spettatore attende di entrare in una dimensione "altra", un tempio sacro da cui è possibile esplorare  le periferie marginali dell’esistenza sulla terra e tornarne spiritualmente più ricchi.  Un culto che in quanto tale necessita di missionari e martiri. Il sacrificio di uomini come Balsam commuove, ma che futuro ha la loro religione? Mentre l’affascinante metropoli si esibisce  sullo schermo, una fanciulla dolente in taxi si asciuga le lacrime per una tomba dimenticata e  la voce suadente della luminosa stella Doris Day non promette altro che un “que sera sera”

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