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Il mio amico Eric

Regia di Ken Loach vedi scheda film

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La recensione su Il mio amico Eric

di mc 5
8 stelle

Non sarà forse un capolavoro questo ultimo film di Ken Loach, eppure è dotato di una sua particolare forma di grazia e di leggerezza che ti conquistano. Devo dire che nei confronti di questo regista ormai da anni il mio atteggiamento è duplice. Da una parte giudico quasi tutta la sua ultima produzione piuttosto risaputa, forse un tantino banale nel riproporre questo mix di retorica popolare e antieroismo dei buoni sentimenti, con certe "figurine" di perdenti che talvolta sconfinano nel grottesco. Eppure, ogni volta che esce un suo nuovo film, e ne leggo le interviste promozionali, resto ammirato di fronte alla lucidità del suo pensiero, alla coerenza impeccabile dell'uomo e alla dignità ferma dell'artista, e non posso fare a meno di portare immenso rispetto ad una persona che non si è scostata mai, neanche di un millimetro, rispetto a quelle posizioni ideologiche e umane che da sempre ne guidano l'opera. Questo film, poi, è decisamente migliore rispetto a quelli recenti che lo hanno preceduto; esso racconta, con toni lievi ma a tratti anche molto dolorosi e malinconici, la storia di una vita da perdente, ma con meno retorica del solito, anche perchè a scombinare le carte c'è questa trovata di inserire la presenza della fantasmatica figura di un campione sportivo che attribuisce a tutta l'opera un senso frizzante, originale e curiosamente eccentrico. Devo confessare che non mi interessa granchè il gioco del calcio e non ne seguo quasi mai le vicende e le dinamiche, e inoltre -a costo di apparire un pò marziano- confesso che fino ad oggi ignoravo del tutto chi fosse questo Eric Cantona. Dopo avere colmato questa mia lacuna, credo di poter affermare che: a) Cantona è indubbiamente personalità che emana fortissimo carisma in quanto dotato di presenza magnetica che tende ad imporsi con senso di autorevolezza  b) l'utilizzo che Loach ne ha fatto è nel contempo discreto (un'ombra che attraversa il film e che si materializza solo in poche giustificate occasioni) ma anche potente ed essenziale in questo ruolo di Maestro che distribuisce pillole di saggezza e buon senso al suo omonimo e disastratissimo "assistito" che è travolto da un insolito destino. Il cinema di Loach  resta sempre quello, nel bene e nel male. Sia detto senza alcun retropensiero furbetto e senza alcuna volontà di sminuire. E qui voglio essere molto chiaro. In effetti, può infastidire questo suo reiterare una certa retorica buonista, questo suo costante innalzare ad eroi degli anti-eroi squisitamente popolari ed umili, per lo più gente che vive sbattendo il grugno contro gli spigoli di un sistema sociale che vuole premiare solo chi produce immediato profitto. Ecco, su questo punto bisogna avere il coraggio di valutare lo stile del cineasta osservando le cose nel loro complesso. Ammesso e non concesso che Loach sia scaduto spesso in passato nella retorica e nell'ovvietà un pò banale, resta comunque inconfutabile non solo la sua evidentissima coerenza, ma proprio la capacità di mantenere uno sguardo sulla realtà da cui oggi quasi nessuno riesce (o vuole) più farsi ispirare. Oggi i registi tendono ad apparire brillanti, nel loro intellettualismo letterario e si dimenticano della gente comune, dei figli del popolo, della loro fierezza ed autenticità. Ma Loach no, lui non è così. Lui è, sì, uno del "mondo del cinema", lui è un artista, lui è un intellettuale, tutto quello che volete, ma ormai pare avere una missione: mai dimenticarsi di essere uno del popolo, mai dimenticarsi dei poveri cristi. Ma questi ultimi, attenzione, raccontati mai in senso letterario o intellettuale o simbolico...no, lui racconta con estremo realismo i sentimenti, le speranze e le frustrazioni di chi dalla vita ha ricevuto una lunga serie di sberle e solo pochissime carezze. Esistenze che vanno poi collocate in un contesto sociale che è quello inglese, che non conosco personalmente e che immagino piuttosto diverso da quello italiano, e mi riferisco ad uno sfondo dove vediamo disoccupati ed umili operai che bevono pinte di birra in quei luoghi di socializzazione che sono i pub. Il protagonista del film è un bellissimo personaggio, autenticamente popolare e che si inserisce alla perfezione nella vasta galleria di anti-eroi del regista inglese. Eric è un modesto postino, la cui vita sta prendendo una deriva un pò balorda, improntata ad una sfiducia disillusa che sta producendo anche qualche allarmante segnale autodistruttivo. Il nostro postino disperato ha un'ombra nel cuore. Un'ombra che si chiama Lily, la sua compagna che un destino cattivo ha allontanato da lui, peraltro per motivi discutibili e mai chiariti (in pratica fu lui, allora giovane immaturo e irresponsabile, che la abbandonò). Ed Eric, che le batoste della vita hanno reso più maturo e riflessivo, non si dà pace per quella donna che resta l'angelo che illumina la sua strada e il cui ricordo gli riscalda il cuore. Possiamo dire che due sono i piani su cui la sceneggiatura si sviluppa, fino ad un finale "action" estremamente liberatorio. C'è la storia di sentimenti, la lotta per riconquistare l'amore perduto, ma c'è anche il dramma di un figlio (quello di Eric) caduto vittima della spietata crudeltà e del ricatto di un violento gangster locale. Su tutto questo sfondo, in cui si alternano la malinconia e il dramma, si staglia la figura curiosa di un campione dello sport, il gigante Eric Cantona. Uno si chiede, prima di aver visto il film, "ma che diavolo ci azzecca un famoso calciatore francese con questo sfondo di pub inglesi e di quelle vite bastonate dei poveri cristi che popolano il "mondo" di Ken Loach?". Apparentemente nulla. E allora qui si inserisce il tocco geniale di Loach il quale colloca la figura (del tutto estranea) di Cantona in un contesto che non le appartiene. L'effetto è curioso, quasi straniante, bizzarro e comunque sorprendentemente efficacissimo. Innanzitutto il collegamento fra "i due Eric" viene evidenziato sottolineando quanto Cantona sia "Guida Spirituale" del nostro postino ancor prima della sua "apparizione". E ne guida spiritualmente le mosse al punto tale che a un certo momento esso si materializza nella stanzetta dell'umile postino (e io non ho potuto fare a meno di "inquadrare" quei due personaggi come Aladino alle prese con il Genio della Lampada). Io, come prima accennavo, non so nulla di "cose di calcio", ma posso immaginare che Cantona, in quanto a carisma superiore, appartenga a quel raro genere di personalità dello sport in cui possiamo far rientrare anche il fenomeno Maradona (che infatti, a quanto ho saputo, di Cantona è grande amico). Ci si potrebbe chiedere come mai un campione dello sport abbia scelto di collaborare con un regista così poco "fighetto" ed anzi assai consapevole politicamente come Loach. La risposta (l'unica possibile) è che anche Cantona (cosa evidentemente rara in ambito calcistico) possieda analoga consapevolezza sulla società e sulla gente comune: altrimenti non si spiegherebbe come mai lo stesso Cantona in questo film ci abbia messo dei suoi capitali, apparendo anche nelle vesti di produttore esecutivo. Fatto sta che questa idea di collocare un "gigante buono" invisibile che dispensa formulette di saggezza per smuovere il nostro postino caduto in disgrazia, si rivela geniale e conferisce al film una piacevolezza di fruizione davvero notevole. Gli attori, come spesso accade nei film di Loach, hanno volti che ci sono per lo più sconosciuti. Ma qualche parola bisogna pur spenderla per questo straordinario Steve Evets, davvero bravo nel calarsi (peraltro in modo credibilissimo) nei panni di un uomo profondamente dignitoso anche quando la cattiva sorte sembra calpestarlo, debole ma resistente, con questa impagabile espressione tra lo stupefatto e il bastonato. Un personaggio difficile da dimenticare, che dopo essersi leccato diverse ferite, riesce a recuperare non solo la donna della sua vita, ma anche le sue amatissime "blue suede shoes" che ne calzarono i piedi di giovane ballerino di rock'n'roll. Amore, rabbia e nostalgia: questi i sentimenti  che contrappuntano una vicenda più che mai popolare col solito sfondo della workin' class in pieno stile Ken Loach. E, a proposito di "popolare", c'è un pensiero che non posso fare a meno di esprimere, e che attiene all'aspetto che forse più mi ha fatto amare questo film. Ecco, io trovo assolutamente straordinario (quasi commovente) il modo in cui Loach ha rappresentato i colleghi di lavoro (ma soprattutto amici) del nostro postino Eric. Una manciata di persone che non puoi fare a meno di amare. Persone così solidali e profondamente umane nella loro generosa semplicità che vorresti incontrarli nel tuo quotidiano, tra vicini di casa e conoscenti. E infatti, quando si sono riaccese le luci in sala, avrei tanto voluto vederli materializzarsi fra il pubblico, per poterli abbracciare fraternamente uno per uno. Ma d'altra parte essi sono fortemente rappresentativi del mondo di Ken Loach, o di come lui vorrebbe fosse fatto il mondo. E ci tengo a dire che è lo stesso mondo che vorrei anch'io....
Voto: 9

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