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Gli abbracci spezzati

Regia di Pedro Almodóvar vedi scheda film

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La recensione su Gli abbracci spezzati

di marcopolo30
6 stelle

Dopo una serie (quasi) ininterrotta di capolavori lunga dieci anni, Almodovar torna a spostare l'obiettivo su terreni (semi)autobiografici con un film dalla trama tremendemente complessa e perciò meno pregna di quella straordinaria carica emozionale che le sue opere generalmente contengono.

Reduce da 3 capolavori acclamati (“Tutto su mia madre”, “Parla con lei” e “Volver) più uno sottovalutato (“Carne tremula”), Almodovar tira di nuovo i remi in barca, così come aveva fatto pochi anni prima con “La mala educacion”, regalandoci (o regalandosi?) un'altra sorta di The Best of almodovariano. Storia intricatissima, quella narrata ne “Gli abbracci spezzati”, con due piani temporali distinti, l'oggi 2008 e lo ieri 1993 a cui va ad aggiungersi il film nel film “Chicas y maletas”, tanto per non farsi mancare nulla. La maestria del regista manchego nel creare plot melodrammatici da Champions League del mélo è innegabile, così come innegabile è la sua capacità di inquadrare poi alla perfezione tali intrecci narrativi scegliendo sempre l'angolo migliore (tanto letteralmente così come metaforicamente), ma l'eccessiva carne messa stavolta al fuoco stempera purtroppo la straordinaria carica emozionale che i suoi film (quasi) sempre trasmettono. E in fondo la storia che ha luogo nel 1993 sarebbe anche degna delle migliori opere del regista, ma è quella nel presente -oltre alla già citata struttura generale dell'opera- a rappresentare l'anello debole della catena. Che è poi, analogamente, è ciò che secondo me tarava anche il già citato “La mala educacion”. Per quel che riguarda le interpretazioni, Penelope Cruz, qui alla quarta collaborazione con Don Pedro, dimostra che è proprio sotto la sua regìa che riesce a dare il meglio di se. E nota di merito anche per José Luis Gomez, magistrale nello scomodo ruolo del mefistofelico marito pigmalione. Nel complesso, certamente un film che merita una visione, anche perché un Almodovar non si butta mai via, ma che andrebbe senz'altro a posizionarsi nella parte bassa di un'ipotetica classifica formata dai suoi 21 (al novembre 2020) lungometraggi.

 

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