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Il lungo addio

Regia di Robert Altman vedi scheda film

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La recensione su Il lungo addio

di Peppe Comune
9 stelle

Il detective privato Philip Marlowe (Elliott Gould) ha un problema col suo amico gatto, è sparito e non sa dove trovarlo. Ma questo è niente. In piena notte viene svegliato dal suo amico Terry Lennox (Jim Bouton) che gli chiede di accompagnarlo in Messico. Al suo ritorno trova ad aspettarlo una pattuglia di polizia che lo informa che è stata trovata morta Sylvia Lennox, moglie di Terry, e che lui è accusato di favoreggiamento. Si fa due giorni di prigione e al momento del rilascio riceve la notizia che Terry Lennox si è suicidato. Poi accetta l’incarico di Eileen Wade (Nina van Pallandt) che vuole rintracciare il marito Roger (Sterling Hayden), uno scrittore alcolizzato che è sparito da giorni senza preavviso. Intanto si fa vivo un certo Marty Augustine (Mark Rydell), un boss del narcotraffico che minaccia di ucciderlo se non gli consegnerà la valigetta piena di soldi che doveva rendergli Terry Lennox. Philip Marlowe trova Roger Wade nella clinica extralusso del dottor Verringer (Henry Gibson) e nel conoscere meglio i Wade scopre che tra loro e i suoi amici Lennox, oltre ad abitare nello stesso parco residenziale, c’è più di un intreccio.

 

Nina Van Pallandt, Elliott Gould

Il lungo addio (1973): Nina Van Pallandt, Elliott Gould

 

Con certi tipi di amici si rischia davvero grosso verrebbe da dire, perché Philip Marlowe si ritrova imbrigliato senza volerlo in un intreccio assai pericoloso, dove gli attori che muovono le pedine di questo stano gioco lo fanno essere prima vittima inconsapevole e poi capro espiatorio designato. La sua aria scanzonata, il fatto di dividere il pianerottolo della sua casa molto particolare con delle ragazze dai costumi molto aperti, di essere un detective che sembra rivaleggiare con il mondo che lo circonda assumendo un atteggiamento perennemente sospeso tra il serio e il faceto, fa assumere un tono da commedia alle vicende che lo vedono coinvolto, come se il tutto fosse solo uno scherzo e che a lui fosse stata riservata la parte di quello a cui viene rivelato per ultimo. Ma questa è solo un impressione che dura un momento, perché poi non ci vuole tanto per capire che con “Il lungo addio” Robert Altman (dall’ultimo romanzo di Raymond Chandler) usa il "tipo chandleriano" e il noir per fare un indagine sullo stato di salute del “sogno americano”, che a lui interessa esplorale il vento del cambiamento che tira nel paese, il fatto che l’egoismo, l’avidità, la sete di potere, la smania di apparire, hanno nettamente preso il sopravvento sul senso dell’amicizia leale, che la ricerca disinteressata della verità si è persa nei dedali disincantati della perdita dell’innocenza. Stando così le cose, “Il lungo addio” nasconde anche una critica alla “vecchia Hollywood”, quella che si mostrerebbe incapace di interpretare la realtà che cambia perché condannata a ripetere continuamente se stessa, utilizzando gli stereotipi di sempre e accompagnandosi ogni volta a convenzioni già collaudate (emblematico è il personaggio del guardiano del parco residenziale, interpretato da Ken Sansom, che fa i giochi d’imitazione dei divi di Hollywood). Non sarà un caso che nel suo esercizio di analisi della società americana (che, ricordiamolo, è attraversato dalla continua destrutturazione dei generi), per questo giro, Robert Altman si sia affidato ad un personaggio letterario già molto utilizzato dal cinema e a cui hanno dato il volto grandi attori della “classicità hollywoodiana” come Humphrey Bogart e Robert Mitchum (per una comparazione cinematografica dei “diversi” Marlowe, vi rimando alla bella recensione di Fixer). Non sarà un caso che ad interpretare nel film il contraltare di Philip Marlowe sia un altro grande vecchio come Sterlyng Heyden, lo scrittore in crisi d’ispirazione abbondantemente avviato sul viale del tramonto. Lo stesso che vediamo dirigersi incontro all’oceano in una sequenza di struggente malinconia che, nel mentre ci mostra Marlowe ed Eileen, prima discutere all’interno della casa ignorando quando sta accadendo fuori e poi impotenti di fronte al mare in burrasca, mette in evidenza tutta la difficoltà di recepire i segni indiziari di un cambiamento in corso, comprese le reali intenzioni di chi ti vive accanto (e la fuga del gatto pure può essere un indizio). Non sarà un caso che Philip Marlowe si ritrovi coinvolto suo malgrado in un caso dove la difficile ricerca degli indizi corrisponde esattamente alla messa in discussione di tutti i suoi più nobili sentimenti e dove ognuno si rivela essere sempre diverso da come sembrava inizialmente. Insomma, quello operato da Robert Altman nei confronti del celebre personaggio di Raymond Chandler è un “tradimento” coscientemente voluto, fatto mantenendo le stesse tonalità crepuscolari ma adottando una diversa cifra identitaria. Il suo Philip Marlowe è ugualmente ironico ma più disilluso, ugualmente dissacratorio ma più coinvolto emotivamente. Perché ciò che gli capita di dover affrontare conduce se stesso in un vicolo senza luce, ma questo non gli impedisce di incamminarsi lungo il crinale del disincanto per tentare di decifrare i segni che stanno all’origine di un inganno. Il bel finale ci consegna un uomo affranto ma pronto a reagire, un antieroe romantico che è deciso ad arrivare fino alla fine della sua indagine : per certificare una volta e per sempre l’avvenuta morte di un caro amico e per dire finalmente addio a tutto ciò che di ingannevole è rimasto del suo mondo.

 

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