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Milk

Regia di Gus Van Sant vedi scheda film

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La recensione su Milk

di ROTOTOM
6 stelle

Storia di Harvey Milk, il primo personaggio politico ad aver dichiarato pubblicamente la propria omosessualità negli Stati Uniti. Dopo varie battaglie, Milk venne eletto consigliere comunale della città di San Francisco, per poi essere assassinato, insieme al sindaco George Moscone.

Gus van Sant lascia per un attimo gli adolescenti silenziosi e depressi dei  suoi film precedenti, tanto sa che come li metti stanno e così li ritroverà se non si ammazzano prima, per abbracciare la causa di Harvey Milk e l’opportunità di ricevere dall’ Academy Awards  un riconoscimento della sua arte.

Beh, Harvey lo ammazzano e questo si sa; chi lo interpreta , Sean Penn, si becca quell’Oscar che sarebbe dovuto andare al legittimo possessore – Mickey Rourke  per The Wrestler - ; e il buon Gus si accontenta di una pacca sulla spalla Hollywoodiana e un “grazie ripassi” che lo rispedisce diritto alla miglior fortuna dei suoi straordinari film indipendenti.

Milk è una biografia mimetica che trova nella ricostruzione scenografica, nelle prove attoriali e nel tema, scottante, politico e attuale, una forma media di intrattenimento “impegnato”, dai pruriti peccaminosi ma scagionati dalla storia stessa ripulita da sgradevolezze nel quale lo stile vassantiano del regista, lasciato momentaneamente da parte nel resto della pellicola, si rivela  nel bel finale con l’inseguimento del duplice omicidio. I piccoli sprazzi di “Elephant” mischiati ad una dolciastra base di “Scoprendo Forrester”, sembrano concessioni vitali ad un progetto totalmente a disposizione del biopic nel quale Sean Penn e Josh Brolin la fanno da padrone. C’è da raccontare una storia, c’è chi la racconta e chi la interpreta; c’è da sposare una causa, quella Gay e c’è da difenderla, da difendere l’immagine di un uomo che per questo ci ha rimesso la vita; c’è da farsi da parte perché tutto il film deve focalizzarsi sulla figura catalizzatrice che deve traghettarne le sorti alla fine. Perché è così che finisce, che muore.

Come nella realtà e la realtà di Hollwood non ammette sottotesti autoriali, svolazzi intellettualoidi, prismaticità interpretative. E così sia. Tra grandi ci si intende subito.  Quindi chiarezza espositiva e fatti, non pugnette, inseriti una solida narrazione innalzata su fondamenta di certezze stilistiche ben codificate.

Ritratto agiografico questo di Van Sant, dove le “asprezze visive” sono delegate a sculettamenti e (castissimi) baci in bocca tra esponenti dello stesso sesso, maschile per la precisione, nei quali Sean Penn si butta con foga “stanislawskiana”. Il “metodo” è al servizio dell’ambiguità, non quella della natura omossessuale di Milk/Penn che è dichiarata, esposta e divenuta perno attorno il quale il film ruota, bensì quella della messa in scena nei confronti dello spettatore mainstream medio borghese al quale la visione del film è destinata, costringendolo a sfidare la propria natura socialmente, endemicamente omofoba con una normalità fatta di desco famigliare e tenerezze tra uomini che mai avrebbe voluto vedere. Nel contempo è sollecitato dal patto di finzione intrinseco nell’acquisto del biglietto e dalla natura politicamente corretta del tema a prendere le parti e sostenere i diritti del personaggio gay. Contronatura, la propria. Lo spettatore medio maschio normodotato eterosessuale mediamente soddisfatto della sua compagna al fianco che lo ha costretto ad assistere ad un film così... così ….gay, si trova a dover nascondere la propria propensione allo sberleffo maschilista, cosa che esibirebbe nel bar dello sport con gli amici del fantacalcio, così come i gay nella maggioranza dei casi sono costretti a nascondere la propria natura nella vita di tutti i giorni.

 Questo magico scambio di ruoli è opera di un Gus Van Sant al servizio dell’industria, è vero, ma  sottilmente provocatorio e consapevolmente lucido, tanto da tirare il freno a mano giusto sempre poco prima dello schianto tanto lo spettatore è già passato attraverso il parabrezza per conto suo….

Milk è filmetto risibile dalla forma impeccabile, fotografia senventies e ricostruzione d’epoca su tutto ma chi ha amato i suoi straordinari film indipendenti precedenti non si strapperà comunque i capelli per questo prodotto dalla evidente natura alimentare, non si scandalizzerà di certo e non avrà bisogno di vedere due persone che si amano, si desiderano o quant’altro a prescindere dal sesso, per convincersi che sia un tesoro da preservare dall’estinzione come i Panda Giganti dello zoo di Pechino. Chi conosce Van Sant per “Scoprendo Forrester”, si.

Van Sant così si adegua al processo di beatificazione del suo personaggio, limandone i tratti negativi e delineando una caratterizzazione tutta incentrata sulla sua natura cristologica tutta protesa all’inevitabile martirio per scolpire nella dura pietra della storia i suoi giusti propositi.

Milk non commuove, è un biopic adagiato sulla scansione temporale degli avvenimenti, referente verso la Storia come si vuole che sia trasmessa, deferente verso i committenti, indifferente allo stile naturale del regista.

 Marginalità, il filo conduttore con le sue opere precedenti. Disadattati e adolescenti inquieti, drogati e randagi i suoi personaggi dei quali difende l’immagine e ne ratifica l’esistenza alla faccia di chi vorrebbe un mondo globalmente lindo, asetticamente pulito, pacifico di quella pace che sa di morte.  Marginali – nei confronti dell’Industria cinematografica- i suoi film seppur splendidi. Harvey Milk rappresenta la marginalità che si fa corpo e conquista le masse, il film stesso  viene creato per le masse. E vince, vince Milk, poi muore. Vince Penn che fa della mimesi e dell’istrionismo un’arte sopraffina e un po’ ruffiana quando invece Josh Brolin giganteggia per spessore e sottrazione creando un personaggio tanto ostentatamente virile e arrogante quanto intimamente debole e insicuro. Vince il film che viene candidato ai premi più allineati e borghesi di tutti i festival conosciuti. C’è bisogno di aria nuova, di politicamente corretto da spandere nella nuova era Barakkiana. Milk è il film giusto al momento giusto. Van Sant non vince ed è giusto così. Per fortuna.

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