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Quattro notti con Anna

Regia di Jerzy Skolimowski vedi scheda film

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La recensione su Quattro notti con Anna

di Maciknight
6 stelle

Il polacco Okrasa, protagonista del film, è un ritardato mentale, non grave ma il suo limite intellettuale lo ha costretto ad una vita introversa, isolata e priva di comunicazioni, rendendolo pertanto incapace di difendersi dai comuni rischi cui la vita ci sottopone. Lavora in un ospedale di provincia occupandosi dell’inceneritore, posto che poi perderà a causa del solito taglio alle spese con riduzione del personale. Trascorrendo tutto il suo tempo libero in casa ad assistere la nonna inferma, l’unica distrazione rimane quella di osservare da una finestrella (a volte con l’ausilio di un piccolo binocolo) la vicina di casa, un’infermiera bionda piuttosto in carne, non avvenente ma da lui quasi venerata fino ad assumere forme ossessive compulsive, che lo indurranno a divenire sempre più ardito ed avventato nello spiarla. Dopo la morte della nonna, non avendo più l’occupazione di assisterla e le probabili inibizioni che si imponeva con lei in vita, accentua l’attività di osservazione della vicina fino a introdursi di notte in casa sua, grazie alla finestrella che rimane aperta per consentire al gatto di entrare ed uscire dalla sua modestissima abitazione a piano terra. Per evitare di essere sentito e visto, manifesta una discreta intelligenza pratica, utilizzando le pastiglie di sonnifero che somministrava alla nonna, mescolandole con lo zucchero dell’infermiera, cui lei attinge per addolcire una tisana prima di dormire. Il sonno profondo indotto con tale artificio gli consentirà per quattro notti consecutive di osservare a distanza ravvicinata la sua amata, sfiorandola senza mai osare toccarla. Peccato che in precedenza (ed il film spesso ricorre a flashback, anzi sarebbe più giusto dire il contrario, quasi tutto il film è un flashback che spiega in immagini quanto la polizia e i magistrati del tribunale stanno ricostruendo) l’infermiera oggetto del suo desiderio inappagabile, è stata stuprata e lui ne è stato testimone sprovveduto e totalmente incapace di fare la scelta giusta, che non sarebbe neppure (e non si potrebbe pretendere) di intervenire per impedirlo, ma semplicemente quella di mostrarsi ed aiutare la vittima, invece molto stolidamente è fuggito appresso allo stupratore, facendo credere a tutti di essere stato lui a commettere il crimine. Quindi il film in realtà rivela gradualmente l’esito dell’evento giudiziario, in cui immancabilmente viene giudicato colpevole, in quanto totalmente incapace di spiegarsi e difendersi. In prigione subirà terribili esperienze ed avrà come unico episodio di minima umanità, una fugace visita dell’infermiera che gli rivelerà di aver intuito la sua innocenza e gli restituirà un anello che Okrasa aveva acquistato con i soldi della liquidazione dopo il licenziamento e gli aveva lasciato in casa come atto di virtuale ed unilaterale fidanzamento. Fidanzamento confermato dalla parole da lui pronunciate sulla tomba della nonna, che “stava frequentando una ragazza”, come lei avrebbe voluto. Il film seppur girato come un’opera teatrale, quindi molto lento ed attento ai dettagli descrittivi e particolari psicologici, è tutto infarcito di delicate attenzioni dello sventurato nei confronti della sua amata (gli mette in ordine la casa, la copre perché non prenda freddo, ecc.), vivendo in una specie di mondo parallelo a quello reale come un ospite indesiderato ed invisibile che non vuole arrecare disturbo. Nonostante questa notevole capacità di raccontare storie di vita semplice, per quanto angosciante, il film seppur d’autore, non è riuscito ad emozionarmi più di tanto, trovandolo didascalico, documentaristico, poco creativo, di una tetraggine abissale. Non so se un tale pessimismo disumanizzante fosse riferito solo ai polacchi o all'intera umanità,  ma mi è parso eccessivo, nessun personaggio del film dimostra la minima sensibilità nei confronti del protagonista, neppure in un campo di concentramento nazista ci sarebbe stata una simile aridità.

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