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Into the Wild. Nelle terre selvagge

Regia di Sean Penn vedi scheda film

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La recensione su Into the Wild. Nelle terre selvagge

di spopola
8 stelle

Un poema straordinario e intenso, struggente e doloroso, vigoroso e appassionato come la vita stessa. E’ un meraviglioso componimento in immagini, arioso e immaginifico, lucido e razionale, dove tutto si fonde con perfetta sincronia di tempi e di modi, senza screpolature o cedimenti, a partire dalla bellissima colonna sonora di Eddie Vedder

Un poema straordinario e intenso, struggente e doloroso, vigoroso e appassionato come la vita stessa. Sicuramente l’opera più “matura” e compiuta di un regista per molti versi anomalo e fuori dagli schemi (ma sempre eccezionale) che ha trasmesso in ogni suo film molto di se stesso e della sua anima, anche quando i risultati possono essere sembrati più discontinui (ma solo sotto il profilo dello stile e della forma, non certo della sostanza, perché l’intensità, il coinvolgimento emotivo, la commozione “rabbiosa”, sono elementi che non hanno mai fatto difetto nel suo percorso narrativo: si poteva semmai accusarlo del contrario, di una sovrabbondanza strabordante e “generosa” di idee e di furore narrativo, che a volte può rischiare, per l’impeto prepotente di “dire cose”, tutte e subito, di far apparire un po’ eccessivo e “ridondante” - o non sufficientemente calibrato - il risultato). Questa volta però l’equilibrio è perfetto: indiscutibilmente “Into the Wild” oltre che il capolavoro di Penn (fino ad oggi ovviamente, perchè il futuro potrebbe riservarci ulteriori sorprese in positivo da questo geniaccio sregolato), può essere a ragione considerato anche come uno fra i migliori risultati in assoluto del “pianeta cinema”, non solo di questa stagione, ma degli ultimi anni. Insomma, se non è grande cinema questo, non so proprio dove dovremmo andare a cercarlo “il grande cinema”(o che cosa potremmo “desiderare di più”): non apprezzare quest’opera per quello che effettivamente merita, disconoscerne le qualità e il valore (non solo “umano”, ma anche “didattico”), significherebbe a mio avviso dimostrare una incomprensibile miopia un po’ sospetta (ideologica, generazionale, o che altro?) o ammettere che non esiste più una modalità condivisa che definisce i parametri e il senso della valutazione oggettiva della “creatività” (ma anche più semplicemente - e molto più pragmaticamente purtroppo - confermare implicitamente che quello che spesso si teme -o si “sussurra” - confrontando i risultati degli incassi in sala delle ultime stagioni, è una sconfortante realtà: le troppe “contaminazioni” pretestuose e sterili insieme allo slabbrato linguaggio para-televisivo che vanno per la maggiore, hanno ormai “corroso” il pensiero riflessivo della collettività espandendosi a macchia d’olio come una gramigna infestante, fino a far dimenticare – o non riconoscere - che cos’è (o dovrebbe essere) davvero la settima arte, quali sono le “caratteristiche” peculiari e inconfutabili da privilegiare nella valutazione oggettiva per distinguere con certezza il grano dal loglio). “Into the wild” è infatti un meraviglioso componimento in immagini, arioso e immaginifico, lucido e razionale, dove tutto si fonde con perfetta sincronia di tempi e di modi, senza screpolature o cedimenti, a partire dalla strabiliante, coinvolgente colonna sonora densa di intuizioni “emozionali” di Eddie Vedder che può già considerarsi “mitica”, nonostante il vergognoso (dis)orientamento dell’Accademy che ha bellamente ignorato le sue struggenti ballate (un atteggiamento incomprensibilmente miope che non riguarda solo il versante musicale, visto l’esito complessivo delle nominations) privilegiando componimenti indubbiamente pregevoli, ma molto più “zuccherosi” e “insignificanti” di quelle “arcate” malinconiche e appassionate che accompagnano (e sottolineano) le tappe e i capitoli del viaggio che potremmo definire “iniziatico” dell’eroe, fino a concluderne il percorso (che non avrà ritorno) con una “liricità” intensa, amara e disperata, che non può lasciare indifferenti, al termine delle sequenze finali dense di angosciante ineluttabilità e di impotenza, proprio sui titoli di coda, e sulla ritrovata immagine che ci restituisce il “vero” volto del protagonista, un’istantanea recuperata dal rullino rinvenuto dopo la sua morte, quasi un momento “sospeso” che è anche l’attimo definitivo della commozione assoluta e profonda, ma di una qualità rara e non molto frequentata, quella che graffia e sconvolge, serra il respiro in gola e non consente nemmeno il facile sfogo “liberatorio” del pianto. Un “ricongiungimento” necessario con la realtà che chiude davvero il cerchio e ci lascia senza fiato. Il cammino verso la conoscenza e la comprensione che Penn ha saputo così bene condensare in immagini, suoni e parole, prende spunto dal libro di John Krakauer “Nelle terre estreme”, che ripercorre le tappe esistenziali della fuga dalle convenzioni, dal consumismo e dalla famiglia (le “fratture” incomprese dell’infanzia!!!) dell’anticonformista e ribelle Chirstopher McCandless subito dopo essersi laureato, ne ricostruisce i “traumi”, le “suggestioni” utopiche (Thoreau, Jack London.. e anche un pizzico del Dotto Zivago di Pasternack fra gli altri), le prospettive e i “desideri” di quel suo “correre libero e selvaggio” che rifiuta e rinnega ogni costrizione sociale e tutte le sovrastrutture imposte dalle “regole” comunemente accettate del viver civile, alla ricerca della verità che è poi il suo bisogno più prioritario e profondo. Penn ne segue le tracce e ne individua le origini, le interseca con la storia della sua “seconda esistenza” come Alexander Supertramp che divide in capitoli, come un percorso di “formazione” e di crescita, che si concluderà tragicamente però, perché la natura ci è spesso matrigna, non è mai un’amante che ricambia le attenzioni e il sentimento, “alletta” e attrae, ma non si lascia domare, e prima o poi fa valere la sua “prepotenza” selvaggia, ti presenta il conto, e quando lo fa davvero, non lascia purtroppo scampo alcuno. Ma il film non avrebbe potuto vedere la luce senza il benestare della famiglia (e la trattativa è stata lunga e laboriosa): credo che per i genitori sia stato particolarmente difficile e duro “accettare” questo indiretto “mettersi in piazza” senza alcuna attenuante per le proprie responsabilità, e che in qualche maniera, riconoscendo a Penn l’onestà intellettuale della “mediazione artistica” con “l’autorizzazione a procedere”, abbiano inteso “onorare” il ricordo accettando il pagamento del pesante tributo intriso di dolore e di “consapevolezza espiativi”, per riconciliarsi finalmente, pur con immutata sofferenza, con le proprie colpe e omissioni e poter riconquistare un tardivo ma necessario rapporto “affettivo” e di comprensione - quasi di “ricomposizione” familiare - con i propri figli, un indubbio atto di amore incondizionato, che merita quantomeno rispetto e comprensione. La ricostruzione in capitoli dell’esistenza di questo ragazzo inquieto e della sua voglia di “sfidare” i limiti, ha un andamento tumultuoso e travolgente come le rapide del fiume Colorado, è scandita dall’umanità degli incontri “importanti” che diventano i riferimenti e le radici della sua nuova esistenza, tutti assolutamente “rispettosi”, anche se spesso premurosamente preoccupati, delle sue scelte e delle sue ambizioni, capaci di “ascoltare” e di non interferire. Ma non è certo un “racconto” elegiaco: c’è intera la passione, ma il regista mantiene bene la distanza dalla materia narrata che è davvero incandescente, la domina anche “criticamente” evitando ogni tentazione retorica e di compiacimento, riesce ad essere razionalmente “imparziale” anche con il protagonista, con alcuni accorgimenti che sono intelligenti “intuizioni” (il ricorso al narrato fuori campo con la voce della sorella spesso struggente ed accorata; le cartoline forse mai spedite all’amico Wine che sottolineano l’entusiasmo della progressione e i traguardi raggiunti; le parole “incise” o scritte capaci di sintetizzare stati d’animo, emozioni e paure; la cintura “della sua vita” che si riavvolge come un nastro, fino a riportarlo alla sua origine anche “anagrafica” per ricongiungere Alex con Chris). E anche le figurine di contorno, tutti i meravigliosi incontri “formativi” (la nuova “famiglia d’elezione”, gli amici, l’innamoramento incapace di “interrompere” il viaggio) sono appena “schizzate” con pochi tratti essenziali, ma capaci di illustrarne magnificamente i connotati, un microcosmo umano e variegato, perfettamente definito nelle psicologie e nei comportamenti., così come lo sono la sorella e i genitori devastati dall’assenza. L’emozionalità del narrato è ovviamente tutta dalla parte dell’anticonvenzionalità ribelle dell’”eroe”, “accarezza” l’idealismo utopico della scelta, parteggia per quel carattere estroverso e determinato capace di sfidare anche le proprie paure, ammira l’innata capacità “comunicativa” che gli permette di entrare in sintonia con coloro che in qualche modo aderiscono alla sua concezione della vita e del pensiero, ma non nasconde nemmeno l’inconfessato egoismo che si cela dietro la sua concretezza determinata che non consente alcuna deroga al percorso e non gli permette di considerare e fare i conti con il dolore e la sofferenza indotta, determinata dai suoi abbandoni e dai suoi rifiuti o dalle sue “sparizioni” negate. Penn trasferisce così nelle immagini quasi il riflesso della sua visione “radicale” della vita e delle cose, ma ci mette una vitalità espressiva fatta più di “sentimento” che di “ragione” e con questa sua irruenza febbrile riesce davvero a conquistare lo spettatore e a compenetrarlo in quella sintesi finale che rappresenta forse davvero la definitiva conquista della saggezza e della conoscenza: il rammaricato punto del non ritorno; “la felicità non esiste se non c’è condivisione” (cito a memoria). Forse quella che è stata una consapevole rinuncia rappresenta il rimpianto di una inattesa sconvolgente scoperta, nell’agonia che precede il trapasso, ma è anche al tempo stesso l’elemento che completa e da un senso al viaggio, si sublima nel momento estremo della morte come l’unica “verità” possibile che restituisce il”valore” dell’esistenza e della ricerca. Fotografato con maestosa aderenza da Eric Gautier (tutti evitati i “trabocchetti” dell’illustrazione oleografica e patinata sempre in agguato in questi casi) che riesce a differenziare nei colori e nel “taglio” i momenti e le diverse condizioni anche “mentali” del viaggio, con immagini che si “aprono”, diventano sempre più ariose (ed essenziali), via via che ci si avvicina all’epilogo, il film ha un altro elemento “vitale” che ne amplifica il valore e la comprensione, nella straordinaria aderenza della recitazione di Emile Hirsch che assume la forma anche “fisica” del personaggio e lo reinterpreta con una intensità e una mimica davvero stupefacente che merita un plauso commosso. Ma è la sua “adesione” alla interiorità di Chris/Alex (come l’intesa col regista) che risulta così profonda e incondizionata, ad impressionare maggiormente: riesce a farci percepire tutta l’irruenza rischiosa della gioventù, il senso di immortalità che si avverte sempre e soltanto quando si hanno vent’anni o poco più, l’irrefrenabile voglia di verità che lo corrode, ci trasmette il peso e l’importanza “irrinunciabile” di quelle scelte estreme che lo spingono ad “osare” andando oltre le convenzioni e i limiti. Tutti bravissimi e in parte gli altri interpreti che “riproducono” i caratteri e le figure di contorno, con una menzione particolare per Hal Holbrook (ma anche a William Hurt basta una sola scena per mostrare la qualità superiore della sua arte recitativa). Della grandezza quasi epica delle canzoni di Eddie Vedder ho già detto: il merito è soprattutto suo se la colonna sonora (le altre estrapolazioni sonore sono di Michael Brook e Kaky King) risulta così coinvolgente ed essenziale. Insomma una pellicola da vedere ed apprezzare, che il tempo renderà ancor più indispensabile e necessaria, “classica” e al tempo stesso adeguata ai parametri della contemporaneità (chissà come reagiranno alla visione quelle fasce giovanili che sembrano essere attratte esclusivamente dalla futilità dell’effimero consumistico, più interessati ad “apparire” che ad “essere”!!!!) che rinverdisce i fasti (e l’importanza anche “politica”) del magnifico “filone” “on the road” che ha segnato l’immaginario (e non solo) di intere generazioni appena qualche decennio fa!!!!

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