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La Cina è vicina

Regia di Marco Bellocchio vedi scheda film

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La recensione su La Cina è vicina

di LorCio
8 stelle

Nonostante comprenda perfettamente il diverso impatto sociale e cinematografico de I pugni in tasca, dirompente esordio di due anni prima, ed essendo consapevole del valore storico dell’opera prima di Bellocchio, tuttavia a me La Cina è vicina è piaciuto di più. Mi sembra che, a livello sintattico, sia un film più omogeneo, con un ritmo così rapido da sembrare quasi una versione più intellettuale ed impegnata della commedia all’italiana.

 

E, infatti, stringendo stringendo, il secondo film di Marco Bellocchio è una commedia, più satirica che agra, incentrata sul ritratto di una famiglia altoborghese, rappresentata da tre personaggi profondamente diversi (il professore controllato nonché trasformista politico Vittorino, candidato alle comunali con il Partito Socialista; la sessualmente attiva ed annoiata sorella Elena; l’irrequieto e freddo fratellino maoista Camillo) in rapporto con due personaggi di ceto inferiore ma non privi di ambizione (il politico deluso ma viscido Carlo; la servetta imprevedibilmente arrivista Giovanna) che frequentano i signori più per interesse che per reale affetto.

 

Procedendo con un passo svelto, determinato dal serrato montaggio di Roberto Perpignani e da uno stile registico che è cifra autoriale, il film si prende gioco della provincia viziosa in mano alla borghesia oziosa ed incoerente, capace di spacciare per disinvoltura la trasmigrazione sfacciata da Democrazia Cristiana a Partito Socialista passando per il Partito Repubblicano, incapace di avere un rapporto decente con le masse proletarie (il comizio in piazza sfociante in rissa e distruzione dell’auto, simbolo dell’agiatezza) ed interessata a soddisfare soltanto i propri bisogni ombelicali.

 

La fotografia di Tonino Delli Colli illumina con lucida chiarore e delineata analiticità i luoghi abbienti (da antologia la sequenza dei volti che si rincorrono e si sfuggono, riflessi sui quadretti degli antenati, scena che si conclude con il congresso carnale di Elena e Carlo sul divano) e l’inserimento di alcune canzoni pop del periodo (Don Backy, Equipe 84 – senza dimenticare il fondamentale apporto di Ennio Morricone) lo fa rientrare ancor di più nei territori di una commedia di costume sui generis.

 

È uno dei film in cui Bellocchio dirige meglio i propri attori, e tra l’ottimo Glauco Mauri dominato dalla nascosta paura di agire, l’esimio e credibile Paolo Graziosi e un Pierluigi Aprà che in una sequenza in particolare lascia il segno (il gioco di parole della stessa radice con cui stordisce il prete che lo vuole confessare), spicca la fiera,  e memorabile Elda Tattoli, impegnata anche come indispensabile sceneggiatrice.

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