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Gummo

Regia di Harmony Korine vedi scheda film

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La recensione su Gummo

di EightAndHalf
7 stelle

Disagio. Interiore, esteriore, ma, soprattutto, estetico.
L'Apocalisse sta all'umanità come Gummo sta alla civiltà, non è un caso che il villaggio in cui si ambienta la nostra non-storia è colpito da un tornado e distrutto con molti dei suoi abitanti. L'opera di Harmony Korine, per la prima volta regista dopo la collaborazione alla sceneggiatura del mediocre Kids di Larry Clark, è un assimmetrico ritratto di umanità, scombinato e fastidioso, in grado di offrire agli occhi sparute umanità fredde, distaccate, eppure invischiate in un reale sporco e devastato. Il mondo di Gummo sembra un mondo post-apocalittico, in cui ad essere esplose non sono solo le case e alcune teste, ma anche le coscienze. Un non-luogo, Xenia dell'Ohio, è il palcoscenico di diversi personaggi che trascinano esistenze vuote e sporche, alcuni ammazzando gatti, alcune scherzando senza ritegno, tutti con una strana quanto comprensibile insofferenza nei confronti dei propri corpi, che sembrano carcasse semoventi staccate dall'anima (che chissà dov'è finita) ma ancora vicine a quel forte senso di straniamento e disagio (che vive lo spettatore in primis) che rende uno di loro, addirittura, sul punto di suicidarsi. Non sono personaggi passivi, questi simpatici freak dal volto e dal corpo sconquassati, ma personaggi profondamente (carnalmente) coinvolti in vite che non offrono nulla se non distruzione e destrutturazione della dimensione sociale, civile, umana. Il grigiore infernale di una località spazzata via infonde nelle loro labili menti la stralunata tendenza ad agire, a fare ancora qualcosa, in mezzo a strane (e poetiche) emarginazioni (il ragazzo con le orecchie da coniglio), improvvisi atti di violenza (la madre che punta la pistola alla testa del figlio, tutti i poveri gatti sterminati) e sprazzi imprevedibili di tenerezza (l'eccellente Jacob Reynolds con la giovane ragazza prostituita dal padre), come se ancora le ruote di un perverso meccanismo infernale continuassero a girare a vuoto, senza freni né direzione. E lo sguardo di Korine sembra completamente travolto da questa tempesta di caratteri, a partire da uno stile grottesco e sagace (le storie si alternano senza gerarchie di importanza né climax) fino a scelte registiche bizzarre e, il più delle volte, efficaci (proprio l'alternanza fra riprese del film e riprese amatoriali, nonché le svariate foto che vedono ritratti i protagonisti in varie pose). Il risultato è un oggetto cinematografico deforme, apocalittico eppure sprizzante vivacità da tutti i pori, ricco in fondo di una semplicità e di una sincerità che certo il film di Clark non conosceva. I suoi personaggi si muovono non secondo la volontà spasmodica di fare critica o fare il quadro di una crisi generazionale: sono piuttosto parte di uno spettacolo estremo e senza precedenti in cui Korine va a fondo fino a terribili constatazioni, per cui la morale più classica sembra capovolgersi e l'assurdo si tramuta nei gesti quotidiani (la doccia-pranzo del finale, già - giustamente - un cult). Lo stesso cinema ne risulta capovolto, schiacciato, sformato, seppur felicemente vitale. Il lurido, caotico affastellamanto di immagini come di vestiti e di roba varia nelle case dei personaggi, è il mezzo con cui Korine riesce a discutere direttamente con i sensi dello spettatore, che avverte quell'aria, respira quel contesto, e tenta vanamente di separarsi fino alla stoccata profonda, quell'accostamento geniale di onirico e violento che è una delle ultime inquadrature: il bambino con le orecchie da coniglio con il gatto morto in mano. Corpi magri, corpi sformati, quella terribile acqua sporca (nella vasca di Solomon), che sembra avere dentro di sé tutto il putrido di un'intera esistenza (o di un intero mondo), l'ipocrisia dei gemelli di colore nel finale (o anche del giornalista di pettegolezzi): dati scombinati, sconclusionati, e, forse, proprio per questo, giustificati, sinceri, privi di presupposti e senza conseguenze. Niente vale un finale positivo o un finale negativo (così le scene subito prima dell'effettivo finale), la strada che Gummo decide di percorrere è l'ambiguità, o, ancora meglio, la mancanza di posizione. C'è un po' di compassione, c'è sdegno, ci sono una grandissima varietà di sens(azion)i umane tutte gettate lì, accumulate come il soqquadro materiale ed esistenziale di queste vite caracollanti. Ed altrettanto confusionaria è la regia, che sbatacchia e tramortisce. La vera definizione rimane dunque quella di 'semplicità', assurda/blasfema/ridicola semplicità.
Veramente un film unico, per nulla cerebrale, immediato ma anche profondamente sincero, pensato ma del tutto diretto: Spring Breakers raggiungerà ben altre vette di (coloratissima) complessità.

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