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I colori dell'anima - Modigliani

Regia di Mick Davis vedi scheda film

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La recensione su I colori dell'anima - Modigliani

di Bebert
6 stelle

Amedeo Modigliani giunge a Parigi nel 1906, ha ventidue anni e sa che lì è il centro dell'arte. A Livorno ha avuto l'istruzione "provinciale" e superata dei macchiaioli. A Livorno è Dedo, a Parigi è Modì, maudit, maledetto. Questo sa il regista Mick Davis e tralascia tutti gli anni precedenti il 1919, a parte alcuni flashback, per concentrarsi sull'ultima fase della vita del pittore e scultore italiano. Il film, del 2004, narra vicende verosimili e altre inventate: descrive sommariamente ogni fatto ed ogni personaggio e per non alzarsi dalla sedia dopo cinque minuti è bene comprenderlo.

A Parigi ci sono artisti veri o presunti a migliaia, se volessimo fare l'elenco dei soli nomi noti, avremmo una pagina piena e poi i fatti, narrati a posteriori in modi disparati, i luoghi, che non ci sono più e non si riesce a ricostruire. Da Montmartre, gli artisti stanno lentamente spostandosi a Montparnasse e Davis gira il film in Romania per trovare atmosfere somiglianti. Non ci riesce perché la collina di Montparnasse è in quel periodo in fase d'urbanizzazione: palazzi a cinque piani più sottotetto agibile, e intorno ancora campagna. Nell'anno in cui Modigliani arriva, altri giovani artisti fanno la fame già da tempo, tra loro Pablo Picasso: il primo ha un sostegno dalla famiglia, il secondo non ha ancora alcun riconoscimento.

Tredici anni dopo è tutto cambiato: Picasso vende ed è il più famoso tra i pittori d'avanguardia, Modigliani è distrutto dalla tubercolosi dalle droghe e dall'affanno per una fama che non arriva. A questo punto ha inizio la versione romanzata dell'ultimo anno di vita di Modì: la storia d'amore con Jeanne Hébuterne, nata nel 1898 e una sfida inverosimile col rivale Picasso. Se ci lasciamo coinvolgere dalla storia di passione e dalla gara, il film ci può, in parte, soddisfare: Andy Garcia, nelle vesti del protagonista è abile nel mimare gli sbalzi d'umore che furono del pittore e con una vena malinconica sempre presente, alterna scene divertenti ad altre drammatiche.

L'ebreo italiano mai accettato veramente dai colleghi, principalmente per la noncuranza delle conseguenze delle proprie azioni. Modigliani incapace di valutare, con quel poco realismo necessario, che per stare al passo coi tempi avrebbe dovuto essere un po' ruffiano. Questo Matisse, Picasso, Chagall, Brâncu?i e tanti altri lo avevano ben chiaro e non era gradito un alcolista che avrebbe fatto scappare da un ricevimento critici e collezionisti. Léopold Zborowsky, il suo ultimo mercante, si prodiga in aiuti e ci è presentato buffo e premuroso. Jeanne (Elsa Zylberstein) è la donna che lascia la famiglia per l'artista, che non riesce a tenersi la loro figliola e che sopporta tutto, per amore: somiglia alla Christine di "L'Ouvre", di Zola. Picasso (Omid Djalili) non convince mai, in questo film è un abbaglio.

Se tolleriamo tutto questo, abbiamo infine l'impressione (credo, questa, corretta) che il dramma ci fu e coinvolse tanti uomini e donne e se andiamo un poco più a scavare, capiamo, come accennato sopra, che Modigliani non fu solo un artista destinato a una fine atroce ma anche uno degli ultimi a vivere nel XX secolo con ideali superati dal progresso dell'Occidente capitalista che pretende di fare dell'arte figurativa un'industria come altre. Forse capì d'aver tutte le qualità per vincere la partita, eccetto una: saper barare, per scoprire che intorno a lui l'imbroglio era già cominciato.

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