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PTU

Regia di Johnnie To vedi scheda film

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Stefano L

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La recensione su PTU

di Stefano L
7 stelle

Review: PTU - Slant Magazine

 

Nelle strade trafficate di Hong Kong il poliziotto prossimo alla pensione Lo Sa (Lam Suet), appena uscito da un fast food, fronteggia un gruppo di malviventi che, dopo un disastroso tallonamento, gli sottrae il revolver; non volendo rimetterci una promozione imminente, deve assolutamente ritrovare l’arma, in quanto l’imprevisto potrebbe costargli il riconoscimento di tanti faticosi anni di servizio. C’è però un problema: il figlio di un boss viene ucciso nello stesso luogo del misfatto. Il detective dovrà quindi risolvere il caso e recuperare la pistola perduta. Fortunatamente per lui il corrotto sergente Mike Ho (Simon Yam), che “vanta” di contatti non indifferenti nella criminalità organizzata, si unisce nell’improba impresa, non di certo priva di eventi indesiderati, quale l’interferenza dell’investigatrice Leigh Cheng (Ruby Wong), perseverante e altamente sospettosa dell’anomalia degli accaduti, nonché l’escalation di una potenziale, cruenta guerra fra triadi. Seguiamo perciò il team PTU (Police Tactical Unit) nel tentativo sia di aiutare il collega che di prevenire le turbinose conseguenze dell'assassinio. Le prerogative potrebbero far pensare ad uno sviluppo frenetico della vicenda; in realtà questa odissea negli inferi della malavita procede flemmaticamente, introducendoci in un contesto urbano spettrale, ove emergono asperità e brutalità delle forze dell’ordine. Johnnie To tocca trasversalmente un’ampia varietà di temi - ad esempio cameratismo, rettitudine, natura dell'eroismo - piantandoli in stato liminare, senza identificarsi in un genere “esatto”. Usa dialoghi schietti e una portentosa cinematografia (fenomeno raro assistere a uno dei territori più densamente popolati del pianeta pressoché deserto) analizzandone i soggetti attraverso una satira pungente. Le azioni devono essere calcolate minuziosamente e il mondo delle gang affigge alla panoramica sia una sorprendente goffaggine (da notare la “gerarchia” dei posti a sedere nella tavola calda, o l'ingombrante ispezione in sala giochi) che il pericolo di una morte imminente. Il giusto e il patetico possono scambiarsi di posto in pochi minuti sicché le prodezze delle maschere in gioco appaiano irriverenti. Una luminosità flebile, composta da semi-oscurità e bagliori sommessi, cattura mirabilmente una suspense mefitica, reggendo un piglio realistico nelle riprese degli incavati vicoli urbani. I protagonisti avanzano come pedine in una scacchiera vivente: grandangolari e inquadrature ravvicinate ne risaltano ambivalenze e ambiguità. L’onnipresente telefono cellulare non è un elemento irrilevante bensì una sorta di MacGuffin, il propellente che attribuisce quel forte senso di ironia patibolare al corso degli avvenimenti; le vicissitudini convergono in uno spazio temporale ristretto, finché i cinque “fili” verranno intrecciati in un unico climax. Tramite una mdp fluttuante, le performance si alternano configurando un tour de force lento e ponderato durante le ore crepuscolari del primo mattino: Suet è pervaso da manifestazioni ansiose, “iperattive”, quasi isteriche; Yam "mima" un viso immobile, sibillino, da duro della strada, rinvigorendo un’attitudine tigliosa. E in questa corsa al brivido convulsa ma non particolarmente spedita, divampante in una feroce sparatoria fumante, verranno dedotte due conclusioni. I vuoti della storia di un prodotto scritto improvvisando in parecchi punti in sospeso rimasti monchi. Il fatto che questa discutibile foggia strutturale, dal canto suo, invoglia spesso una revisione.

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