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Il gladiatore

Regia di Ridley Scott vedi scheda film

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La recensione su Il gladiatore

di EightAndHalf
6 stelle

Ave Caesare, morituri te salutant.
Il poliedrico Ridley Scott smuove il peplum e lo riaggiorna alla modernità dell'effetto speciale, deformando la realtà storica (dando inizio a un percorso che porterà davvero a opere inutili come Troy, King Arthur, etc.) e mostrando interesse quasi univoco per la confezione, che traballa fra lo splendido e il kitsch, che rivela il senso ultimo che Gladiator ha avuto nella recente storia del cinema: il compromesso completo e definitivo con il digitale. E' stato a partire da quest'opera di Scott che si è cominciato a parlare di "masse realizzate al computer", è stato con quest'opera che il vecchio Ben-Hur si è scrollato di dosso un (sanissimo) cinquantennio di cinema tradizionale aggiornandosi alle nuove pretese estetiche di una settima arte in costante movimento. Nel bene e nel male, Gladiator ha avuto il suo ruolo nella storia del Cinema, con un'altalenante dignità che pende una volta verso gli scenari smielati e melodrammatici dei Campi Elisi, in cui moglie e figlio del protagonista sorridono come dentro una pubblicità, un'altra volta verso i grandi confronti caratteriali dei protagonisti (non tanto il neozelandese Russel Crowe, piatto e semplicemente "eroico", quanto il rapporto incestuoso fra un bravissimo Joaquin Phoenix e Connie Nielsen) sulle note della splendida Now We Are Free di Enya (sentita fino allo sfinimento nelle pubblicità da allora in poi). Anche in un'opera su commissione Scott non può fare a meno di mostrare una grande sensibilità per il montaggio, il ritmo (non ci si annoia) e i curiosi capricci inerenti i costumi (spesso fin troppo arditi, considerando il periodo storico). Ma, ancora una volta, la sua è fantaStoria, una reinterpretazione in chiave spettacolare del concetto di potere e di vendetta, che mai da allora fino ad ora ha cambiato assetto e configurazione, e possono mettersi momentaneamente da parte inverosimiglianze e piccole scorrettezze linguistiche/architettoniche, perché lo stile scottiano ha la capacità (e il piacere) di compiacersi leggiadramente in una magniloquenza in fondo sana, sincera, con un'anima e in cui davvero non si può parlare di aridità. Colpisce in particolar modo il discorso che gira attorno alla figura di Commodo, alle sue incertezze relazionali e alla sua strategia di potere, che sfrutta lo spettacolo violento e sanguinario dei gladiatori che si scontrano per entrare nelle corde di un'animalesca società di massa ante litteram che si compiace della perdità della sua identità e del Caos brutale della sprizzante emoglobina: la vera Roma, come dice il senatore Gracco, sta nella sabbia del Colosseo. Simile posizione, che guarda non senza banalità alla valenza stessa della democrazia, genera un'ambiguità che da un colossal uno potrebbe non aspettarsi, specie se quella democrazia è ricercata anche dal perfetto protagonista. Una democrazia diretta pericolosa, ipocritamente adottata e assai dannosa, che la computer graphic ripropone patinatamente come riempitiva degli immensi spazi di una Roma splendida, ultra-artificiale ma paradossalmente carismatica, caotica nelle masse di piccoli esseri umani che, nel progredire della storia, sono rimasti sempre uguali. 
L'ambiguità delle posizioni ideologiche del film, però, sono proiettabili su ambiguità non meno importanti, su un altro registro: se il film critica, in un certo qual modo, il potere dello "spettacolo" violento e "della massa" come forma di assoggettamento sociale e politico, come potrebbe uscirne sano un film "per la massa" come Gladiator? E' giustificabile simile posizione, coerente con le premesse di un Cinema nuovo e spettacolare ma incoerente con la possibile portata tematica che quello stesso Cinema si porta sulle spalle? Ci piaccia pensare che Scott abbia voluto rivolgersi a più spettatori possibile non con lo stesso intento con cui Commodo porta in scena combattenti valorosi e al contempo brutali, ma con la volontà di raccontare storie epiche e gigantesche come certo cinema di una volta. Ci piaccia adagiarci, per una volta almeno, nell'illusione.
Anche perché, i corpi offerti in pasto agli occhi assetati di sangue della folla, sono costretti a dichiararsi, innanzitutto, corpi che stanno per morire: nelle sue manchevolezze, Gladiator, che viene a sua volta offerto ai nostri occhi, ha la consapevolezza di essere monco, ricco di difetti, perché Scott non è il primo venuto. Basta con le giustificazioni, che ci si goda questa piccola (grande) opera, l'importante è sentirsi liberi di commuoversi nella maniera più grossolana ma anche più immediata: un grande spettacolo, o poco di più.

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