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Lynch/Oz

Regia di Alexandre O. Philippe vedi scheda film

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La recensione su Lynch/Oz

di Antonio_Montefalcone
7 stelle

A chiunque abbia amato “Il Mago di Oz” (di recente tornato in sala) questo documentario offre interessanti spunti di approfondimento e di raccordo con la filmografia di Lynch. Suddiviso in 6 capitoli analizzati da guide d’eccezione, l’opera sa piacevolmente inabissarci nell’immaginario americano; tra sogni e inquietudini, cinema e psicanalisi.

scena

Lynch/Oz (2022): scena

 

 

«David è andato oltre l’arcobaleno dal suo primo film.

Lui vive in una realtà diversa da quella in cui

viviamo io e te, ed è abbastanza risaputo».

 

 

Chi non ha visto almeno una volta nella propria vita il film di Victor Fleming “Il mago di Oz” (1939), ispirato al romanzo “Il meraviglioso mago di Oz” del 1900, il primo dei quattordici libri di Oz dello scrittore statunitense Lyman Frank Baum?  Un classico della Storia del cinema, uno dei maggiori successi del regista di “Via col vento” e della sua attrice protagonista, l’allora adolescente Judy Garland, rimasta nel cuore di tutti per il ruolo della dolce sognatrice Dorothy che nella pellicola canta l’immortale “Over the Rainbow” e pronunciando le parole magiche «There’s no place like home», ritorna a casa sua nel Kansas.

Il musical, sfarzoso (cinque mesi di riprese, una lavorazione complicata, il regista Fleming che rimpiazzò i colleghi Thorpe, Vidor e Cukor) e in technicolor, fu un grande successo popolare all’epoca. 

Remake a sua volta degli omonimi film muti in bianco e nero del 1910: "The Wonderful Wizard of Oz" , del 1914: "His Majesty, the Scarecrow of Oz" , e del 1925: "The_Wizard of Oz" , venne premiato con due premi Oscar [ miglior colonna sonora a Herbert Stothart, e miglior canzone (“Over the Rainbow”) a Harold Arlen e E. Y. Harburg ] su sei nomination (le altre candidature andarono a film, scenografia, fotografia, ed effetti speciali visivi); riuscì ad attrarre a sé generazioni di bambini, ad entrare nella memoria collettiva e diventare punto di riferimento o di influenza di tantissime opere cinematografiche.

 

Ebbene, tra le molte persone che hanno apprezzato o amato questo musical, elogio del sogno (almeno a livello funzionale o terapeutico) e allegoria di crescita e formazione individuale, vi sono alcuni che l’hanno eletto a supremo oggetto di fascinazione, fonte di continua ispirazione o addirittura di vera e propria ossessione all’interno del proprio percorso artistico, cinematografico e non solo.

Tra costoro, e per sua stessa ammissione, c’è il regista e sceneggiatore ma anche musicista e pittore statunitense, David Lynch, uno dei più amati da pubblico e critica.

I suoi film, i suoi capolavori, che lasciano ogni volta ammirati per la loro ottima realizzazione e intrigati per l’ipnotico apparato visivo, sonoro e connotativo, sono stati e continuano ad essere oggetto di interpretazioni approfondite, libri e saggi innumerevoli. E, proprio per questa aurea di mistero che avvolge non soltanto le sue opere ma anche la personalità dello stesso regista, ci è quasi impossibile elencare i moltissimi riferimenti, rimandi e citazioni, consapevoli e non, a “Il mago di Oz” presenti nelle pellicole di questo enigmatico e visionario cineasta/artista del Montana (si pensi, a solo titolo esemplificativo, alla tenda rossa in “Twin Peaks”; ad alcune sequenze di “Twin Peaks - Il ritorno”; o alla ricorrenza delle scarpe rosse, proprio come quelle di Dorothy; o a alla scena finale di “Cuore selvaggio”, dove la fata che salva Sailor incarna la Strega Buona di Oz).

 

https://www.skuola.net/news_foto/2017/meraviglioso-mago-oz.jpg

 

È proprio da qui che si sviluppa il documentario “Lynch/Oz” del regista svizzero Alexandre O. Philippe, proiettato prima alla Festa del Cinema di Roma 2022 e poi al Comicon 2023.

La pellicola nasce con l’intento di mettere a confronto tematiche e immagini de “Il mago di Oz” e il simbolismo presente nell’intera opera artistica di David Lynch, ed è scrupolosamente diretta da Alexandre O. Philippe, uno specialista in documentari sul cinema [ tra i suoi precedenti, i notevoli: “The People vs. George Lucas” (2010), “Doc of the Dead” (2014) e “78/52” (2017)  –  nel quale analizza la scena della doccia nel “Psycho” di Hitchcock; “Memory: The Origins of Alien” (2019), “Leap of Faith: William Friedkin on The Exorcist” (2020): documentari molto interessanti e non soltanto per cinefili duri e puri ].

 

 

IL CUORE NERO DEL SOGNO AMERICANO

 

Come è ben noto a chi già lo conosce, David Lynch non ama e non ha mai amato parlare troppo dei propri film, dar loro interpretazioni precise o spiegare al pubblico i significati nascosti dentro ogni sua pellicola.

Per questo motivo Alexandre O. Philippe si è rivolto ad altre illustre personalità legate al mondo del cinema per indagare e analizzare i presunti suddetti legami, avviando una riflessione creativa e un vero e proprio discorso critico visuale. Nello specifico ha intervistato la critica cinematografica Amy Nicholson, e i cineasti Rodney Ascher, John Waters, Karyn Kusama, Justin Benson, Aaron Moorhead e David Lowery.

Guide d’eccezione che accompagnano lo spettatore all’interno di sei capitoli che suddividono il film: “Vento”, “Membrane”, “(Spiriti) Affini”, “Moltitudini”, “Judy”, “Scavare”.

Sei capitoli per vivisezionare e comprendere l’impatto immaginifico, ma anche la messa in crisi di tutti quegli aspetti fondanti il fascino e celati nelle ombre della pellicola amata sin da bambino da David Lynch e a sua volta metabolizzata, decostruita e ricostruita secondo i propri dettami, intimi e poetici.

 

https://www.joblo.com/wp-content/uploads/2021/07/wiw-blue-velvet-sandy-jeffrey.jpg

 

Il godibile e coinvolgente documentario ci mostra tutta la forza e l’intensità che ha caratterizzato questa devozione, le cause che hanno generata quest’ultima ma anche le conseguenze che ha creato nell’universo Lynchiano.

In questa direzione è interessante allora l’approccio critico che si è venuto ad instaurare progressivamente e di conseguenza la demolizione automatica della mitologia, a cominciare da un possibile equivoco sul finale de “Il mago Oz” da sempre e da molti letto come risolutivo e rassicurante; ebbene qui si insinua il dubbio e una nuova chiave di lettura: il ritorno di Dorothy nel suo mondo con gli stessi toni seppia con i quali l’aveva lasciato, è veramente qualcosa di tranquillizzante? «There's no place like home», ok; but who ever said it was something reassuring?

Alla pari di Dorothy tutti desiderano tornare a casa, ma chiunque vi ritorna la trova sempre diversa.

La propria casa è la propria (enigmatica, autentica, profonda) interiorità, ma anche il mondo (troppo strano) in cui si vive, la propria terra, l’America, la sua Storia, le sue radici culturali.

E senza volerlo, il film “Il mago di Oz” evoca anche quest’altra efficace allegoria.

Da una parte la mitologia cinematografica, dall’altra la sua demistificazione (l’innocente giovinezza del personaggio Dorothy e l’oscurità della vita dell’attrice Judy Garland); da una parte l’immagine apparente del mito americano (il percorso faticoso della strada di mattoni gialli percorsa da Dorothy per raggiungere casa – concretizzazione dell’etica del lavoro, della conquista dell’affermazione personale e del proprio benessere sociale),dall’altra ciò che si cela nella sua ingannevole illusione (i cui rimandi – si pensi su tutti alle ambientazioni nei relativamente ingenui anni ’50 – sono disseminati ovunque nella filmografia di Lynch: dalle indefinibili coordinate spaziali all’annullamento temporale, dagli stati di coscienza alle vertigini e agli smarrimenti sensoriali, da ciò che è familiare/consueto all’irruzione imprevedibile del perturbante e di doppi malvagi, dall’ordinarietà color pastello al mondo violento, inquietante e impazzito).

 

 

L’UOMO DIETRO LA TENDA DI VELLUTO

 

Lynch in definitiva è come se fosse Oz, l’incantatore che si nasconde dietro la tenda di velluto. Ed è lì che vuole rimanere.  Però in questo film c’è anche Lynch e Oz, entrambi messi a confronto, quindi connessione e divergenza allo stesso tempo; concetto eloquentemente espresso dalla barra obliqua del titolo.

L’essenza del cinema enigmatico e ipnotico del cineasta è dunque rintracciabile proprio qui, nel contrasto (e nella  con-fusione) tra bellezza e orrore, tra mistero e conoscenza, tra inconsapevolezza e coscienza, tra l’innocenza e la sua perdita, e, in definitiva, nella volontà di scoprire quella dimensione del reale (inquietante, angosciante, orribile, corrotta) che si nasconde dietro la tenda, il sipario, il velluto della dimensione dell’apparente (magnifica, rassicurante, ancora ingenua, incantata o buona).

E’ un atto di volontà più o meno cosciente; un piacere puro, assoluto, intimo; ma anche un incessante ossessivo bi-sogno di aprire porte o scatolette che non dovrebbero essere aperte; di visitare indirizzi che non dovrebbero essere visitati; di superare limiti che non si dovrebbero superare; fino ad ospitare nella propria esistenza e nella propria interiorità quel cortocircuito che si genera di conseguenza, naturalmente, e (per) venire così a contatto stretto con l’uomo nero che sbuca da dietro l’angolo…

L’anima meta-cinematografica di questo documentario si fonde perfettamente sia con il concetto di scoperta del mistero, dell’altro fuori da noi, dell’ambiguità Bene/Male, dell’inspiegabile, sia con l’argomento dell’annullamento di quell’American Dream che si rinnova continuamente sotto varie vesti.

 

https://www.luccafilmfestival.it/wp-content/uploads/elementor/thumbs/Lynch-twin-peaks-1-p4llx187xvnbvzyqd3qzqo87rcai1rhjog6otwgboq.jpg

 

Dalle tesi, tanto personali quanto abbastanza condivisibili (alcune molto valide, altre meno) dei sei cineasti intervistati, si evidenzia soprattutto come nel cinema, ma più in generale in tutta la sfera della creatività e dell’immaginativa dell’uomo, nulla nasce, nulla scompare, ma tutto si amalgama e si trasforma senza soluzione di continuità; tutto diventa intercambiabile e indeterminabile. E tutto potrà andare a sedimentarsi e incidersi nel nostro inconscio.

Lynch ha fatto della citazione e del rimando la fonte di un qualcosa di nuovo, uno strumento e mai un fine.

Sotto “nuova” luce si scoprono altri aspetti di “Dune”, “Elephant Man”, “Strade perdute”, “Mulholland Drive”, così come si rievoca la connessione di molte pellicole della Storia della Settima Arte con tante altre, in un continuo rivivere sullo schermo, nell’immaginazione e altrove.

Tutto è creazione fluida, sfumata e sfuggente; tutto evoca l’impossibilità di raggiungere un’unica verità assoluta, certa e definitiva. Il cinema deposita in sé tutte le verità e le loro chiavi interpretative, suggerendocele nel suo atto di (s)velarsi continuamente. E soltanto l’intuito e l’intuizione dello spettatore possono aiutarlo a fargliele raccogliere, e di nuovo perderle, e di nuovo ritrovarle.

Soltanto la libertà nell’abbandonarsi alle proprie ossessioni, sensazioni, emozioni, riflessioni, ispirazioni possono offrire la possibilità di aprire la propria mente a nuove (e illusorie?) epifanie.

 

In ogni film di Lynch, ma più in generale in qualsiasi pellicola esistente, e per estensione in qualsiasi opera artistica, ognuno può trovarci (relativamente) al suo interno quello che vuole; in un esercizio mentale infinito nel quale la sfera “soggettiva” si compenetra e/o oltrepassa quella “oggettiva”.

Anche se però non sempre questo è un bene. Il mistero, in sé e per sé, alla pari della materia onirica e di tante altre cose fuori da noi, anche ideali o astratte, scatena un fascino attrattivo ambivalente e contrastante. Se infatti da una parte si vorrebbe penetrarli, dall’altra non si dovrebbe farlo, per non intaccarne la originaria purezza essenziale.

Infatti, come spiegato altrove da Lynch stesso: «Non mi piace parlare di significati e cose. È meglio non sapere molto su cosa significano le cose o come potrebbero essere interpretate. Perdere il mistero significa perdere il potenziale per un’esperienza vasta e infinita; e il significato è una cosa molto personale.

Il mio può essere diverso da quello di qualcun altro. I miei film significano cose diverse per persone diverse, alcuni però significano più o meno le stesse cose per un gran numero di persone».

David Lynch ha fatto la stessa cosa con l’opera filmica “Il mago di Oz”, facendola sua, trovandoci dentro qualcosa di differente da ciò che si era già fissato nell’immaginario collettivo.

«Non ho trascorso un solo giorno della mia vita senza pensare al “Mago di Oz"»: in questa dichiarazione fatta da Lynch stesso, si può ben ipotizzare come quest’ultimo si possa essere identificato totalmente con Oz, ma anche e soprattutto con Dorothy e col suo viaggio in un mondo alternativo, sempre diretto verso uno stadio di coscienza amplificato che incanta e turba allo stesso tempo…

 

 

ACROBAZIE  ERMENEUTICHE

 

E sono proprio le immagini e le sonorità quelle che restano più impresse; anche in questo documentario.

Nel capitolo "Vento", Nicholson intercetta il vociare umano sui titoli di testa de “Il mago di Oz”, che ha inciso sulla ideazione delle cupe e destabilizzanti tessiture sonore della filmografia Lynchiana, ma annota anche il parallelo tra le disavventure della protagonista Dorothy (nome utilizzato pure per il personaggio chiave di “Velluto Blu”, una delle pellicole più significative di Lynch) e la vita del regista stesso, il quale ha sempre dato l’impressione di aver saputo conservare una sorta di innocenza fanciullesca.

Nel capitolo "Membrane", Ascher si focalizza su “Mulholland Drive” e sul confine sempre labile tra le due dimensioni di sogno e realtà.

Nel capitolo "(Spiriti) Affini", Waters trova le sue assonanze con Lynch nelle radici del loro immaginario, tra le ambientazioni anni ’50, senso dell’umorismo e musica evocativa.

Nel capitolo "Moltitudini", Kusama parte dalla poesia di Whitman per parlare dell’intenso potere dell’immaginazione, nonché del suo legame con l’inconscio che si vorrebbe scoprire.

In "Judy", Benson e Moorhead si collegano al tema della violenza e dei lati oscuri/fragili che albergano nell’animo umano, fino a segnare in modo negativo e permanente le esistenze proprie e altrui.

E proprio nel capitolo "Scavare", si intercettano infine queste forze oscure in modo ancora più dettagliato, per approdare in luoghi metafisici che vanno al di là della superficie della realtà sensibile.

 

My ranking of every David Lynch film from favorite to least favorite. How  would you rank his films? : r/Letterboxd

 

Seppur l’approccio alla materia è condotto da un punto di vista fin troppo accademico che, a tratti, rischia di cadere persino nel didascalico o nella speculazione senza confini, l’opera riesce ad offrire un onesto esercizio di critica che cerca di evitare il più possibile gli spettri del pretenzioso, o di schematismi e facili parallelismi che potrebbero troppo semplificare, o peggio ancora banalizzare, l’intera poetica Lynchiana.  

 

Questo dignitoso documentario si fa invece appassionante, e, pur nei suoi limiti (tra i quali, alcune lampanti forzature e ridondanze), è efficace nell’utilizzare il libero flusso di coscienza di cineasti e critici messe in voice-over e sovrapposte a un ricco repertorio di immagini e suggestioni presentati con la tecnica dello split screen, la tecnica che moltiplicando lo schermo in più parti, mira a far apprendere con chiarezza anche allo spettatore meno informato i tanti rimandi visivi e tematici.  

 

Insomma, non siamo davanti a una vera e propria decostruzione esegetica, bensì davanti a un’opera filmica che, tramite un’accurata chiave di lettura della filmografia di Lynch, vuol immergere qualsiasi spettatore in una esperienza cinematografica di conoscenza ed espansione di confini. Ne consiglio la visione, perché in un modo o in un altro, e per meno di due ore, ci permetterà di andare illusoriamente over the rainbow

 

 

 

CURIOSITA’ :

 

1)  Il film è stato candidato come Miglior Documentario al London Film Festival 2022, e ha vinto il Karlovy Vary International Film Festival 2022 nonché il Tribeca Film Festival 2022.

 

2)  Una ricerca del 2018 compiuta da due informatici dell’Università degli Studi di Torino, che ha impostato un algoritmo che andasse a scandagliare le pellicole più citate tra le oltre 47.000 opere contenute nella banca dati dell’Internet Movie Database (Imdb.com), ha dato questo risultato: “Il Mago di Oz” è «Il film più influente di tutti i tempi», segue poi “Star Wars”, “Psycho”, “King Kong” e “2001: Odissea nello spazio”.

 

 

 

COLLEGAMENTI  MULTIMEDIALI:

 

Quel labile confine che separa (e allo stesso tempo unisce) l'apparenza e la realtà, il mondo e un altro mondo, la realtà e la fantasia, la realtà e il sogno, l'incubo oscuro e il sogno delicato, è ben evocato anche in queste due clip diventate iconiche nel tempo: 

 

Dal film “Over the Rainbow” Over the Rainbow

 

E dal film “Velluto blu” :  Blue Velvet   

 

Per concludere, rimanendo in tema, un mio omaggio anche al grande e compianto compositore Angelo Badalamenti che ha impreziosito con le sue musiche i film di David Lynch e reso ancora più inquietanti le loro atmosfere.  Tra tutte, inserisco qui la mia preferita:   Mysteries of Love

 

 

 

VOTO (in decimi):    7

 

 

Lynch/Oz (2022): Trailer ufficiale italiano

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